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LETTERA/ 2. Referendum, centralismo e tagli di spesa: i numeri che svelano l'inganno di Renzi

Se vince il Sì gli italiani risparmiano: è il refrain con cui Renzi sta martellando sul referendum. Ma non è vero. Tutti i guai di una riforma centralista nella lettera di MATTEO FORTE

Matteo Renzi con Piero Grasso e Paolo Grossi (LaPresse) Matteo Renzi con Piero Grasso e Paolo Grossi (LaPresse)

Caro direttore,
si riducono i costi della politica e si tagliano 500 milioni. Se vince il Sì gli italiani risparmiano. Questo è il refrain con cui Matteo Renzi sta conducendo la campagna per il referendum del 4 dicembre sulla sua riforma costituzionale.

Ma è davvero così? Gli italiani risparmiano con la riforma, ammesso che ridurre la spesa pubblica sia una valida ragione per mettere mano alla Costituzione di una Repubblica? È vero che se vince il No torniamo ad essere esposti sui mercati internazionali? 

Innanzitutto va detto che, come ha recentemente dichiarato Mario Draghi in un'audizione dell'Europarlamento, il problema dell'affidabilità dell'Italia è legato al suo debito e non alla Costituzione. L'esposizione sui mercati internazionali ha a che fare con la gestione del suo bilancio e le garanzie che questa è in grado di offrire ai creditori. Non con la trasformazione del senato. E lo sa anche Renzi. Che infatti ha introdotto l'argomento del risparmio di risorse pubbliche.

Ad una prima analisi si potrebbe facilmente dire che 500 milioni sui circa 800 miliardi di spesa pubblica sono davvero poca cosa. "Meglio di niente" potrebbe replicare qualcuno. Vero. Tuttavia, sempre nell'ottica della prospettiva dentro cui si è voluta inserire l'attuale campagna referendaria, occorre chiedersi a cosa servano quei risparmi, ovvero se – a parità di deficit – il taglio della spesa serve per ridurre il debito, oppure per finanziarne di nuova o invece per diminuire simultaneamente la pressione fiscale in modo da favorire una crescita economica. 

Una cosa sull'attuale riforma si può dire: è molto alto il rischio che gli eventuali risparmi siano a danno degli enti locali che, a loro volta, per compensare i mancati trasferimenti statali si rifanno sui cittadini. Il nuovo Titolo V, infatti, assegna allo Stato come competenza esclusiva il "coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario", ma riconosce agli enti locali la possibilità di "compartecipare al gettito dei tributi erariali" (art. 119.3). 

Ne deriva che si cristallizza in principio costituzionale l'effetto combinato a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, quello per cui ai tagli lineari dal centro alla periferia si è risposto con un significativo aumento della pressione fiscale, "cresciuta dal 38 per cento al 44 per cento, imputabile per oltre 4/5 alla dinamica delle entrate locali" (Corte dei Conti, audizione parlamentare del 6 marzo 2014). E a tal proposito è quasi superfluo ricordare la ridda di sigle che si sono succedute ad ogni intervento legislativo sul fisco municipale: Ici, Imu, Tarsu, Tares, Tasi, Tari, Iuc, ecc. Quel che rimane è una diminuzione del risparmio privato, un calo del valore patrimoniale e un generale impoverimento.

Sul fronte della spesa pubblica circa il 60% resta concentrato nelle mani dello Stato centrale e la cosiddetta spending review, fino ad ora, ha sempre riguardato ovviamente il restante 40%. La riforma Renzi-Boschi abolisce le province, che ne rappresentano l'1,3%, e riduce a 10 le materie di competenza delle regioni, poiché queste si sarebbero dimostrate "spendaccione" (per talune è vero, per altre è palesemente falso). Eppure la loro spesa costituisce il 18% del totale e, nell'ultima annualità di cui si conoscono i dati, i tagli hanno finito per incidere già sul 38% delle uscite delle regioni.


COMMENTI
16/10/2016 - Un Matteo diverso dagli altri...! (ALBERTO DELLISANTI)

Apprezzo moltissimo, riga per riga, quanto ci comunica Matteo Forte. Ho letto, riletto, e consiglio altrettanto agli un poco "lenti" come me. Va bè, è un po' iperbolico, ma mi vien da scomodare l'aggettivo magistrale per definire la sua bella, succosa, lettera. Finalmente un Matteo diverso dai due che "inflazionano" la scena politica italiana. Un politico nuovo pure, non di lungo corso. (Sia chiaro, non ho giudizio negativo alcuno su i "di lungo corso", niente a che fare con il genio rottamatori). Un Matteo proprio all'altezza del suo bel nome. E con un cognome che è di grande auspicio...