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Politica

SCENARIO/ Da Grillo alla Clinton, le scelte (e le svolte) di Renzi

Domani sera Renzi sarà a cena da Obama. C'entra con il referendum? Sì, molto. E proprio sul voto il premier vuol fare dell'antipolitica il nuovo pensiero unico nazionale. UGO FINETTI

Matteo Renzi (LaPresse)Matteo Renzi (LaPresse)

Di fronte ai sondaggi che continuano a dare il No vincente nel referendum del 4 dicembre l'inner circle del presidente del Consiglio comincia a dividersi tra due opzioni: da un lato puntare alla contrapposizione frontale con Grillo (un governo riformista contro un estremismo immobilista); dall'altro cercare di battere Grillo rincorrendolo sul suo stesso terreno, presentandosi cioè più grillino dei grillini ovvero Renzi come l'antipolitica-che-agisce contro l'antipolitica delle chiacchiere.

Alla ripresa della campagna elettorale in settembre era prevalsa la prima opzione e Renzi ha impostato lo scontro con il No cercando di riproporre all'elettorato lo schema che lo aveva visto vincente nelle europee con il 41 per cento: o io o il caos. Nei primi dibattiti ha quindi scelto come avversari prima Marco Travaglio e poi Gustavo Zagrebelsky — gli esponenti della sinistra "giustizialista", i principali campioni dell'antiberlusconismo sin dal secolo scorso — puntando così a rimontare nei consensi sfondando nell'elettorato di centro-destra. Sembrava una strada percorribile con buoni risultati. Infatti si è registrato un flusso elettorale dal non voto al voto che si riversava in maggior parte sul Sì. 

Ma Renzi ora, in ottobre, ha cambiato idea e ha reimpostato in modo diverso la campagna per il Sì. Forse si aspettava risultati immediati più avvincenti, ma quel che ha più pesato è che l'appello lanciato agli elettori di centro-destra ha infiammato l'opposizione interna al Pd fino al mettere a rischio l'unità del partito. Renzi si è così trovato incalzato dai sempre più numerosi "pontieri" che — da Franceschini a Delrio — premono per un compromesso con Bersani. Cresce cioè nella maggioranza (sempre meno omogenea) di Renzi il timore di infilarsi in un cul de sac: se vince il No il governo cade, se vince il Sì il Pd si spacca (in quanto la minoranza non accetta il "potere assoluto" di Renzi e il governo finisce ancor di più nelle mani di Verdini). Inoltre i "guru" renziani della comunicazione considerano la carta dell'antipolitica quella vincente.

E così il premier, smessi i panni dello statista contro il movimentismo, oggi è in campo contendendo ai Cinque Stelle il titolo di campione del "mandare a casa" i politici. Il rischio di questa campagna referendaria è che l'antipolitica — "la politica della rabbia" come l'ha definita Giorgio Napolitano (in definitiva il qualunquismo) — si cristallizzi come "pensiero unico" nazionale.

Comunque allo stato attuale il No rimane in testa e la "personalizzazione" continua a dominare la scena

E' vero che Renzi ha fatto autocritica e continua a dire che non si vota su di lui. Di fatto però la personalizzazione persiste non solo perché ormai i sostenitori del No parlano solo di Renzi e poco o niente della riforma costituzionale, ma anche perché il premier-segretario non ha voluto creare una maggiore coralità alla campagna per il Sì.