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SPILLO/ Piacentini e la "mania" dei supermen di palazzo Chigi

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Ma torniamo allo specifico. La faccenda del “give back” è l’architrave su cui si fondano la maggior parte delle grandi lobby americane, innanzitutto quelle dei super-college - da Harvard a Stanford, da Yale alla Columbia - che da decenni sfornano la classe dirigente del Paese e si autoalimentano cooptando sempre nuovi campioncini dagli stessi vivai. Lobby e familismo, oltre che generosità. Il give back è bello - o meglio: lo sarebbe - se “aggiungesse” e non pretendesse di “sostituirsi” al ruolo pubblico, cioè all’esercizio di quei servizi collettivi che i cittadini contribuenti finanziano con le loro tasse. Sarebbe bello se si muovesse quindi in una logica di sussidiarietà, come deve sempre essere per il volontariato; e sarebbe bello se non fosse anche uno strumento di lobbing e di familismo.

Il give back degli americani ha invece esattamente questi due difetti: pretende (e a volte perfino riesce, ma ciò non toglie il difetto) di sostituirsi al ruolo pubblico. Salvo poi stranamente disinteressarsi dei servizi primari - vogliamo confrontare la sanità americana con la nostra, in termini di pari opportunità a prescindere dal reddito? - che però, poveri loro, non generano alcun effetto-lobby.

Quanto al ricorso ai supermen esterni, al quale il governo si dedica, è controproducente per altre ragioni, che col give back dei generosi americani non c’entrano. Sarebbe stato assai meglio se, anziché ingaggiare Piacentini, lo Stato avesse scovato, all’interno dei propri foltissimi effettivi informatici - quelli della Sogei o della Consip, ad esempio, società avanzatissime nel software che l’Europa ci invidia - qualcuno in grado di essere bravo quanto Piacentini essendo già dirigente pubblico…

Neanche ci hanno provato, a cercarcelo; e con una simile premessa è probabile che l’atteggiamento di questi dirigenti ignorati dai loro capi non sarà della migliore accoglienza verso il “papa straniero” chiamato a palazzo Chigi.

La scelta di questi “campioni” nasce in realtà - diciamolo - da tutt’altro, cioè dal bisogno del governo di affidare a dei testimonial credibili e noti al grande pubblico (o almeno: al pubblico che conta sui mercati finanziari, vera bussola per tante, troppe, scelte di Renzi) la rappresentanza di un cambiamento - in questo caso nel digitale - di cui, a due anni e mezzo dall’avvio del mandato, qualcosa si vede ma assai meno di quanto si è sentito promettere. E questi passaggi meteorici di campioni del management privato al mondo pubblico, calati dall’alto in ambienti che non conoscono e che non hanno gli strumenti e la sensibilità per gestire, lasciano di solito il tempo che trovano.

Infine, due paroline su Amazon. Per anni Jeff Bezos ha vinto la classifica dei migliori “Ceo” (amministratori delegati) stilata dall’autorevole Harvard business review finché l’anno scorso gli analisti della rivista hanno cambiato i loro parametri, includendo tra essi per la prima volta (e nemmeno con una particolare incidenza percentuale nei calcoli), quelli della sostenibilità sociale, ambientale ed economica dell’impresa.

Bezos è precipitato all’86 esimo posto, perché pare che non sia una mammoletta quando gestisce, semmai piuttosto un padrone delle ferriere. Certamente Piacentini è di un’altra pasta. Quindi, concludiamo tornando alla premessa: complimenti e tanti auguri. I primi li merita, dei secondi ha molto bisogno.



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