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SPILLO/ Bill Gates e la "confusione ad arte" sul populismo

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Esempi storici di "populismo": per la serie, tutto è "populismo", ergo niente è "populismo"

Peròn-Chavez-Reagan: un politico argentino, con uno stile e un progetto specifico, il "peronismo", appunto; un dittatore che ha portato il Venezuela al disastro di oggi, peraltro amico di Toni Negri, che ha contribuito a costruire quel modello "costituzionale" di dittatura; il presidente americano storicamente più importante nella fase matura della Guerra Fredda, creatore, grazie alla Scuola di Chicago, della "Reaganomics": qualcosa non quadra in questo album di famiglia.

Quadro ancor più frastagliato. Si passa dal populismo russo, che ha di fatto generato il famigerato "ismo", ai movimenti considerati "populisti" in America Latina, un contesto storico-culturale completamente diverso, con nessun connotato comune, fino a raggiungere gli Usa, attraverso gli esempi di personaggi politici rappresentanti del nostro "ismo", con Ronald Reagan. 

Un arcipelago un tantino vasto, sul piano semantico e storico-politico-culturale, per determinare un univoco significato dell'ismo in oggetto, non trovate?

Quindi, un'altra ipotesi di lavoro potrebbe essere declinata attraverso la seguente domanda: non è possibile che i mass media, attraverso il grimaldello propagandistico, nato e pasciuto negli Usa, abbiano insabbiato e sfilacciato così profondamente il significato originario di "populismo", conducendo per mano proprio quel "popolo", soggetto attivo nel "populismo" modello storico di cui sopra, a credere che con questo "ismo" ci si trovi in mezzo alle adunate del Terzo Reich o, nell'oggi, alle manifestazioni sgargianti e non politically correct guidate da Donald Trump?

Allora, sorge un'altra domanda: dunque il "populismo" dà fastidio a qualcuno? A chi? Se leggiamo in filigrana un po' di grande storia culturale americana, troviamo un gigante come Christopher Lasch a favore del "populismo democratico". Non solo. Abbiamo anche un politico di razza Usa, e non repubblicano, ma democratico, Tip O'Neill, non uno qualsiasi, ma uno speaker del Congresso dal 1977 al 1987, che ha fatto strada con questo motto: "All politics is local". Quindi, a quanto pare, non l'unico "populista", insieme al vecchio Reagan, da quelle parti, e ben distante da una Clinton, ad esempio. Un'altra ipotesi da valutare allora è che qualcosa di rilevante sia cambiato nella politica Usa, almeno da venticinque anni a questa parte. 

E magari gli esiti della crisi finanziaria mondiale hanno qualcosa a che vedere con questi mutamenti, visto che un altro leone reaganiano, Paul Craig Roberts, scrive che la democrazia da quelle parti è finita e che il popolo - ma guarda un po', ritorna il diavoletto…- sia dominato da un'oligarchia finanziaria e tecnocratica. Vicino alla tesi già argomentata riguardo a Renzi, campione della "post-politica". Non sarà che tutti questi elementi convergano verso una lettura critica della contemporaneità e che gli oligarchi e "padroni del pensiero" (André Gluscksmann) vogliano usare le "armi di distrazione di massa" puntando l'attenzione proprio sui maverick fastidiosi, quindi sui "populisti"?

E la sinistra cosa fa? Sta a guardare? Non proprio. Un vecchio marxista antipatico e maverick come Carlo Formenti si rimette a parlare addirittura di "un populismo di sinistra", quasi riecheggiando i fasti dei russi populisti dai quali siamo partiti. Allora c'è qualcosa che non torna. E non torna neanche a livello "global", perché perfino un giovane filippino, acculturato e ben provvisto di strumenti linguistici ad hoc, avendo studiato tedesco a Manila, stigmatizza, in un commento su Facebook a un video in cinese, sottotitolato in inglese, che denigra Rodrigo Duterte per la sua politica anti-USA e filo Cina e Russia, il suo presidente come "populista" e perfino "tiranno"("tyrant").

Il calderone semantico creato ad arte dalla propaganda, dunque, funziona ovunque, anche se non regge la prova storico-politica e culturale. Funziona trasversalmente, nessuna generazione esclusa, dai vecchi politicanti di Washington e Roma ai giovanotti di buona famiglia nel Far East: propaganda globalmente efficace, menzogna galattica. Non stupisce allora che Bill Gates giochi a fare il politologo di sostegno alle casematte del potere, in fondo con quei raduni a Davos e quei party a Hollywood ognuno di questi "rappresentanti" del "popolo" contribuisce al benessere dell'umanità, com'è noto. O forse no, chissà…devo verificare. C'è qualcuno che ha hackerato la mail di Gates, per caso?



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