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SPILLO/ Bill Gates e la "confusione ad arte" sul populismo

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Ormai metti un piede fuori casa e senti parlare di "populismo". Anzi, i più raffinati dicono: "populismi", magari intervistando personaggi famosi, fa più chic. Ma se tutto o almeno molto, troppo di ciò che ancora continuiamo a chiamare "politica", fatta da personalità considerate irregolari, alternative (ma a cosa? Questa è la vera domanda), maverick, direbbero gli americani (vacche non marchiate e fuori dal branco, vale a dire gente che pensa con la propria testa), è "populismo", allora, Aristotele docet, niente è veramente "populismo". Facciamo chiarezza, allora.

Dice la Treccani. "populismo s. m. [dall'ingl. populism (der. di populist: v. populista), per traduz. del russo narodnicestvo]. - 1. Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l'ultimo quarto del sec. 19° e gli inizi del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l'attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l'uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini e dei servi della gleba, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale. 2. Per estens., atteggiamento ideologico che, sulla base di principi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con sign. più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all'Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall'economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale: il p. nella letteratura italiana del secondo dopoguerra". 

Dunque, un punto di vista storico-politico ci mostra un "ismo" nient'affatto banale e negativo: la Russia degli intellettuali a favore del popolo, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Nella società dominata dagli Zar non è roba da buttar via. Ma naturalmente c'è poi la storia che determina la semantica attraverso l'uso delle parole. Quindi, arriviamo in pieno '900 e, grazie a esperienze come quella peronista, ravvisiamo una torsione negativa del concetto: vago socialismo che idealizza il popolo in modo velleitario e ideologico. Pare proprio questo l'uso oggi largamente invalso proprio in quel "popolo", influenzato però da quegli intellettuali di cui sopra, i quali hanno deciso che di "populismo" si può dire sì, ma solo con accenti negativi. Quindi, abbiamo fatto un duplice passo: a) la storia ci ha consegnato una categoria generativa e creativa, proattiva, successivamente degenerata in ideologia da disprezzare. È davvero così?

Passiamo alla storia vera e propria, al dizionario storico, sempre Treccani. "populismo. Da un punto di vista storico, il p. è il nome con cui è stato designato in Occidente il movimento politico-culturale russo (narodnicestvo) sviluppatosi nella seconda metà del 19° sec. e durato fino alla rivoluzione. In seguito, e in particolare nel 20° sec., il termine fu usato per designare tendenze o movimenti politici, anche assai diversi tra loro, che si sono sviluppati in differenti aree e contesti nel corso del secolo. Malgrado le difformità, alcuni tratti comuni del p. sono in parte riconducibili a una rappresentazione idealizzata del «popolo», per lo più inteso genericamente, con scarsa attenzione alle sue concrete determinazioni sociali e alla sua esaltazione come portatore di istanze e valori positivi, di norma tradizionali, in contrasto con i difetti e la corruzione delle élite. Tra gli elementi comuni hanno spesso assunto un particolare rilievo politico la tendenza a svalutare forme e procedure della democrazia rappresentativa, privilegiando modalità di tipo plebiscitario, e la contrapposizione di nuovi leader carismatici a partiti ed esponenti del ceto politico tradizionale.



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