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REFERENDUM/ Se a Renzi ora conviene far vincere il No

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Beppe Grillo (Lapresse)  Beppe Grillo (Lapresse)

I componenti e i circuiti elettronici sono fabbricati oltreoceano a Singapore o a Taiwan. Arriva poi la fase dell'assemblaggio e della produzione vera e propria. È questa la tappa che richiede più alta intensità di manodopera, in cui, pertanto, la componente costo del lavoro assume rilievo. La lavorazione dell'iPhone sbarca in Cina, in una fabbrica alla periferia di Shenzhen che è forse la più grande al mondo con i suoi 400mila dipendenti. Così, a chi compra il prodotto on line, esso viene spedito da questo kombinat che, più che a una fabbrica, somiglia a una città, con supermercati, cinema, dormitori, campi sportivi. L'iPhone è formato da 634 componenti, ma la maggior parte del valore aggiunto proviene dall'originalità dell'idea, dalla progettazione ingegneristica e dal design. 

La Apple ha un utile di 321 dollari per ogni iPhone venduto, pari al 65% del totale e ben più di qualsiasi fornitore di componenti. Eppure - ricorda Enrico Moretti - l'unico lavoratore americano che tocca il prodotto finale è l'addetto dell'Ups incaricato di effettuare le consegne. Assistiamo così, nella globalizzazione, a un nuovo modello di divisione internazionale del lavoro. Non si tratta più, come alcuni decenni or sono, di scaricare sui paesi emergenti i settori maturi o inquinanti o di imporre loro, come durante il colonialismo, economie condannate alla monocoltura, soggette alle oscillazioni dei prezzi e dei mercati. Oggi la divisione avviene anche nella fabbricazione di un singolo prodotto con l'apporto del livello di tecnologia e di capacità di innovazione di cui la filiera dei paesi produttori è, di volta in volta, protagonista. 

Questi nuovi processi, però, hanno cambiato, nel contesto della globalizzazione, le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori americani. Trump ha promesso loro di riportare indietro la moviola della storia economica del mondo, di riaprire, sotto casa, quelle fabbriche che sono state delocalizzate e di rimettere in attività persino le miniere. Il suo isolazionismo economico è coerente con quello politico e tende a rassicurare la classe media americana che tutto tornerà come prima. 

Trent'anni or sono anche Ronald Reagan vinse le elezioni sull'onda della paura. Allora c'era l'incubo della concorrenza giapponese: su di essa si scrivevano libri e si facevano film. Reagan però seguì la strada aperta da Margaret Thatcher e scelse la competizione globale, riuscendo a vincere la sfida di una ristrutturazione dell'economia. Adesso il "messaggio" dai partner inglesi è arrivato in senso contrario. Trump, dovendo misurarsi con le medesime paure, riproposte dalla globalizzazione, dall'immigrazione e dalla rivoluzione tecnologica, ha scelto di tornare indietro al "piccolo mondo antico" dell'America manifatturiera, esorcizzando e strumentalizzando le preoccupazioni di quanti non sono stati in grado di camminare insieme al trascorrere del tempo. 



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