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SCENARIO/ Da Juncker a Salvini, gli effetti "perversi" del terremoto-Trump

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Matteo Salvini ieri sul palco a Firenze (LaPresse)  Matteo Salvini ieri sul palco a Firenze (LaPresse)

Il dato di fondo però, esemplificato dal pensiero del duo Giavazzi-Alesina, era il tracollo del senso di realtà e di responsabilità che stava scombussolando il mondo intero e soprattutto confondeva volutamente il confronto storico tra destra e sinistra. Proprio quella scelta allargava l'area della povertà sia in Europa che in America, accentuava insopportabili differenze sociali, non governava i profondi cambiamenti economici che stavano avvenendo. La classe dirigente occidentale era come un viaggiatore che aveva preso un treno per andare a Stoccolma e si era ritrovato, dopo un viaggio problematico, a Caltanisetta.

La lunghezza di questa grande crisi ha il timbro della decadenza di una classe dirigente nel suo complesso, che non è solo quella politica, ma soprattutto quella che fiancheggia e si sovrappone al potere rappresentativo democratico, cioè il nuovo "dispotismo" finanziario che determina una nuova divisione del lavoro e della ricchezza, riducendo al massimo l'autonomia reale della politica; che allarga l'area della povertà in modo allarmante e accentua la diseguaglianza sociale in modo insopportabile. Al di qua e al di là dell'Atlantico, in modo approssimativo, quasi tutti i governi occidentali (soprattutto quelli italiani) hanno imbrogliato deliberatamente sulle ricette per uscire da questa crisi, applicando sostanzialmente l'austerity in Europa e un neokeynesismo blando negli Stati Uniti.

Se si dimentica questo sfondo non si capisce il parapiglia politico che si sta scatenando, da mesi, dopo anni di insofferenza, in Europa e in America. La Brexit, l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa è stata solo la prima grande avvisaglia, ma l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti è un fatto dirompente, un allarme inquietante, che avvenendo poi nella più grande potenza industriale e militare del mondo ha un effetto moltiplicatore di instabilità che coinvolge l'Europa. La battaglia sul referendum in Italia era già dura, ma è diventata ancora più rovente dopo l'elezione di Trump.

Qui c'è Matteo Salvini, il leader leghista che "dà i numeri", andando a urlare nella città di Matteo Renzi, a Firenze, e ponendosi come candidato di un nuovo centrodestra, mettendo in questo modo in imbarazzo lo stesso vecchio centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Segnali di turbolenza potrebbero venire ancora dall'Austria e poi dai paesi ex comunisti. Ma lo sguardo va soprattutto alla Francia, dove lo "spirito repubblicano" dovrebbe affidarsi al vecchio conservatore Alain Juppé per contrastare Marine Le Pen nelle elezioni del maggio dell'anno prossimo. E qui siamo quasi alla disperazione per lo "spirito repubblicano".

Ma sostanzialmente questa elezione di Trump ha messo in moto, in modo più forte, tutto il "serbatoio", cosiddetto sbrigativamente populista, che si è continuamente arricchito in questi anni. E' veramente difficile comprendere quello che può capitare in futuro sullo scacchiere internazionale, nei rapporti tra Usa ed Europa (soprattutto con il croupier lussemburghese Jean-Claude Juncker in stato di evidente alterazione), nel futuro della stessa Comunità europea. 



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