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SENTENZA CONSULTA/ Caso Madia, con la riforma Boschi-Renzi cosa sarebbe cambiato?

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Marianna Madia (LaPresse)  Marianna Madia (LaPresse)

Caro direttore,

non ha fatto a tempo, lo scorso venerdì, il cancelliere della Corte costituzionale ad apporre l'ultimo timbro sulla sentenza che riguardava la legge Madia, che già Renzi tuonava sull'importanza della sua riforma costituzionale, che avrebbe efficientemente superato gli ostacoli frapposti dalla burocrazia (sic!). 

Renzi sembra essere come quegli studenti impreparati che ogni tanto capitano agli esami universitari, i quali, fingendo di avere studiato, inventano di sana pianta risposte completamente sbagliate che, però, in modo assurdo si tengono logicamente. Poi, l'esaminatore ci riflette e si accorge che le risposte non hanno né testa, né coda.

Così è nel caso della pronuncia della Corte sulla legge Madia e della sua riforma del Titolo V, che — sia detto per inciso — è la parte peggiore della riforma, perché fondata sulla bugia. Bugia che la causa del contenzioso tra Stato e Regioni sia stata la competenza concorrente. Bugia che la riforma costituzionale elimini la competenza concorrente; anzi, le materie che prima erano splittate in due, adesso sono divise in tre o più parti: alcune statali, altre regionali, altre ancora, insieme, statali e regionali. Un vero caos, senza considerare la clausola di asimmetria e la clausola di supremazia che nella sostanza sono una il contrario dell'altra.

Ma perché Renzi è come uno studente che inventa risposte assurdamente logiche?

Semplice! La legge Madia prevedeva che vi fosse una disciplina statale (con decreto legislativo) sulla dirigenza regionale, sulle partecipate regionali e sui servizi pubblici locali di rilevanza economica. Tre oggetti di competenza regionale, non fosse altro che per l'ambito di riferimento, per i quali prevedeva che la disciplina statale venisse adottata previo parere con la Conferenza unificata (governo, esecutivi regionali e sindaci).

La Corte, data la rilevanza regionale e locale degli oggetti, ha previsto che al posto del parere dovesse esserci un'intesa da siglare in sede di Conferenza unificata. 

Non è stato un colpo di stato, ma un semplice spostamento dal parere all'intesa. La Corte lo ha fatto tante volte, a partire dalla celebre sentenza sulla legge obiettivo voluta da Berlusconi nel 2001 e impugnata dalle Regioni di sinistra, perché risultavano estromesse dalla partecipazione al procedimento di localizzazione nel territorio. La Corte riconobbe la fondatezza della pretesa regionale, in quanto, interferendo lo Stato con il governo del territorio regionale, questi avrebbe potuto decidere la localizzazione solo previa intesa con le Regioni.

Il fondamento costituzionale di questa intesa è, per la Corte, il principio della leale collaborazione tra lo Stato e le Regioni, che il giudice costituzionale considera, non a torto, immanente al sistema costituzionale.

La riforma costituzionale non abroga il principio di leale collaborazione, né espressamente, né implicitamente (almeno così speriamo). Di conseguenza, anche con il testo costituzionale Renzi-Boschi la sentenza della Corte avrebbe avuto il medesimo fondamento giuridico e sarebbe stata adottata con la medesima motivazione.  



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