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PRIMARIE O NON PRIMARIE?/ Il giurista: regole uguali per tutti sono antidemocratiche

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Il partito che decide di utilizzare le primarie deve garantire con poche e chiare regole la correttezza del risultato finale. Noi guardiamo spesso alle primarie americane. Che cosa ci troviamo in particolare? Le regole sono differenti all'interno dei due partiti e anche dei singoli Stati. Se si osserva bene quella realtà, non ci sono norme tassative e perentorie, ma piuttosto una lunga tradizione di democrazia e di partecipazione nella vita politica americana. E una sostanziale correttezza acquisita per consuetudine. Le primarie, negli Stati Uniti, sono innanzitutto un dato di fatto.

 

Forse i partiti italiani non si sono ancora abituati al grande mutamento sociale che è avvenuto in questi anni. Probabilmente non si sono abituati ai mutamenti dell'opinione pubblica, a partiti che non sono più in grado di controllare parti della società e dell'elettorato, ma devono fare i conti con continui cambiamenti e con opinioni che mutano.

Senza dubbio quella contemporanea è, come si usa dire, una "società liquida", nella quale i partiti, come gli studiosi e i giornalisti, difficilmente riescono a comprendere gli umori e le tendenze dell'elettorato. Chi aveva immaginato, solo tre anni fa una "scalata" come quella fatta dal Movimento 5 Stelle? Quel 25 per cento di voti colse tutti di sorpresa e ben pochi prevedevano un simile successo elettorale.

 

Ed è probabile che questi cambiamenti saranno sempre più significativi, quindi, a suo parere, una rigida normativa dei partiti sarà sempre più complicata.

E' proprio così. Stabilire norme rigide e uniformi sarebbe inutile o addirittura controproducente, anche perché ogni normativa rischia di arrivare tardi, di basarsi su un modello di partito già superato dalla realtà. Quindi il mio consiglio: poche norme per garantire una sostanziale correttezza.

 

(Gianluigi Da Rold)



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