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IL CASO/ Tra Berlinguer e Napolitano, Renzi con chi sta?

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Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto dal web)  Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto dal web)

Ma pesavano soprattutto ai tempi della segreteria di Berlinguer, quando, nella prima decade del settembre 1981, si apre lo scontro tra Berlinguer e Giorgio Napolitano, in modo aspro e duro, fino all'estromissione dal vertice del partito di Napolitano, voluto quasi con astio dal segretario.

Barricato dietro alla sua "diversità" e alla "questione morale", nella sostanza, con quell'atto Berlinguer ribadisce il suo no secco alla socialdemocrazia europea, alla collaborazione tra comunisti, socialisti e laici in una visione nuova della sinistra, che già era stata tracciata, nell'ottobre del 1964, da Giorgio Amendola. Ed era di fatto già stata bocciata nel 1961 (dopo il XXII congresso del Pcus), per puro filo-sovietismo, da quello che Stalin chiamava "l'avvocato del Komintern", cioè Palmiro Togliatti.

Il solitario e leonino Giorgio Amendola, nel settembre del 1981, era già morto da un anno. Ma Napolitano riproponeva la questione. L'ultima grande battaglia contro il settarismo e l'estremismo nel Pci, ribadendo la concezione di un partito nuovo, Amendola l'aveva condotta nel novembre del 1979. Era iscritto al Pci da cinquant'anni, era stato un eroe e un protagonista-principe della Resistenza, nel nome di suo padre Giovanni e del Pci. Ma tutto questo non fu sufficiente a qualcuno per alzarsi a difendere il "vecchio leone". Non lo fece neppure Napolitano. Così Amendola si prese dal segretario Berlinguer l'insulto di "non conoscere l'abc del marxismo". Nel settembre 1981, Napolitano, con altri esponenti del partito aprì invece la partita con Berlinguer.

Forse Berlinguer era diventato anche rancoroso, quasi fatalista e profondamente pessimista, perché viveva in un mondo che gli stava crollando intorno. E se ne rendeva conto.

Per questo, a nostro parere, si rifugiava nella "questione morale", che purtroppo si trasformò in un giustizialismo d'accatto e in uno sfogo generalizzato di antipolitica militante, proprio nel momento in cui l'Unione Sovietica e la "lezione di Lenin", come la chiamava Berlinguer, si frantumavano di fronte alla dura realtà della storia.

Nel dibattito di martedì al Centro Studi Grande Milano, alla fine, chi ha descritto in modo migliore, con accenti quasi di comprensione, Berlinguer è stato proprio Finetti. Il segretario comunista è stato sicuramente il comunista che ha cercato il maggior allontanamento del Pci dall'Urss, che ha cercato di diventare indipendente dai sovietici anche sui finanziamenti, ma il suo perimetro ideologico restava quello di un comunista, di un uomo che con il socialismo democratico occidentale non riusciva ad andare d'accordo, non riusciva a elaborare una linea politica. Tutto questo pesa ancora oggi, perché una vera riflessione su Berlinguer l'ha fatta solo un "eretico" come Ugo Finetti, non il codazzo conformista che sta ancora "stampando santini" su Berlinguer, la sua figura e il suo operato, che ha procurato guai alla sinistra di ieri e di oggi.



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