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IL CASO/ Tra Berlinguer e Napolitano, Renzi con chi sta?

Pubblicazione:giovedì 17 marzo 2016

Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto dal web) Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto dal web)

"Lei ha ricordato con grande attenzione — salvo sempre possibili ulteriori chiarimenti — il confronto interno al Partito comunista tra gli anni 60 e la scomparsa di Berlinguer". 

Il commento arriva su Facebook dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. E' un elogio al lavoro di ricerca e documentazione. E in fondo un elegante consenso alle tesi sostenute nell'ultimo libro da Ugo Finetti Botteghe oscure. Il Pci di Berliguer&Napolitano (Ares, 2016) dove emerge la battaglia tra colui che è passato alla storia come il "pupillo" di Palmiro Togliatti (Berlinguer) e colui che veniva indicato come il "delfino" di Giorgio Amendola.

In fondo nella scrupolosa ricerca di Finetti c'è la continuità di una ricerca appassionata, cominciata prima con La Resistenza cancellata, poi con Togliatti&Amendola. La lotta politica nel Pci e infine con quest'ultimo libro. Un autentico trittico, pubblicato sempre da Ares, di grande storia politica italiana, che pone l'accento sui limiti, sulle contraddizioni e sul mancato appuntamento della sinistra italiana a costruire un grande partito unico, che potesse incidere in modo autenticamente riformista in una società come quella italiana e nel contesto occidentale europeo. E un trittico che, in realtà, fa la contro-storia delle "leggende metropolitane" che spesso circolano su libri di testo universitari e su libri seriosi scritti da storici conformisti che hanno quasi "santificato" l'Enrico Berluinguer della "questione morale".

Martedì pomeriggio il libro di Finetti è stato presentato al Centro Studi Grande Milano con un dibattito introdotto da Daniela Mainini e da protagonisti della politica italiana di ieri e di oggi: Sergio Scalpelli, Piero Borghini, Umberto Ambrosoli, Carlo Cerami. Ed è proprio dal dibattito che sono emersi tutti i limiti della sinistra di ieri e probabilmente anche di quella di oggi. Quando, come ha ricordato Borghini, qualcuno invoca "la difesa del dna", bisognerebbe chiedersi: quale dna si doveva e si deve difendere?

Qualcuno ricordava che il Pci, ad esempio, non poteva avere rapporti ufficiali con il Partito laburista inglese, proprio perché si chiamava Pci. E quando si cambiò nome, perché era franato il Muro di Berlino, i post-comunisti mantennero nel loro simbolo, pur di partiti che cambiavano nome, quello del Komintern fino al 1998, quando uscì il famoso testo di Stephane Courtois Il libro nero sul comunismo, che fece dire a un signore vagamente "ritardato" in storia, Walter Veltroni, che lui non si sarebbe iscritto al Pci di Togliatti. Come se iscriversi al Pci nel 1970 non significasse aderire al partito di quello che ancora era considerato il "Migliore".

In realtà, i conti con la storia pesano su una parte della classe dirigente comunista e postcomunista, anche oggi quando rivendicano la difesa di un "dna" e devono fare i conti con il decisionismo sgomitante di un ex democristiano intraprendente, anche se un po' pressapochista, come Matteo Renzi.


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