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SCENARIO/ Renzi si "prepara" a perdere Milano

Pubblicazione:lunedì 21 marzo 2016

Matteo Renzi e Giuseppe Sala, ai tempi (gloriosi) dell'Expo (Infophoto) Matteo Renzi e Giuseppe Sala, ai tempi (gloriosi) dell'Expo (Infophoto)

Anzi — argomentavano sindaco e vicesindaco — in realtà le aveva perse perché la maggioranza dei votanti avevano votato per Balzani o Majorino e quindi bisognava "garantirli". E cioè le primarie, simbolo del sistema maggioritario, erano diventate il trionfo del proporzionale puro. Il risultato serviva solo a dar vita a una trattativa tra i vari candidati sulla base dei voti raccolti. I leader renziani del Pd hanno interrotto questa escalation, ma ormai lo show era andato in onda. E cioè alla vigilia di una campagna elettorale che a Milano si gioca tutta, tra centro-sinistra e centro-destra, sulla conquista dell'elettorato di centro il problema del Pd è diventato quello di mettere i paletti contro lo sconfinamento al centro per rassicurare l'elettorato di estrema sinistra. No Ncd, no Verdini e persino l'apparizione di Massimo Ferlini al comizio di Sala è diventato un "casus belli". Insomma il problema del Pd a Milano è di avere ormai troppi voti e quindi di impostare una campagna elettorale veramente di sinistra, con il setaccio, onde evitare consensi inquinanti. Che cosa farà Sala? Ancora "Destra, sinistra, centro? Chi se ne frega" o si metterà la maglietta di Che Guevara e il 25 aprile andrà a cantare "Bella Ciao"? 

Più in generale sulle prossime elezioni amministrative — come su ogni voto che si svolge in Europa — incombe il fatto che i movimenti antieuropeisti di destra e di sinistra, anche se non sembrano un'alternativa di governo, da anni sono in crescita. I premier dell'Unione Europea li snobbano come acqua sulla roccia e proseguono nella loro rotta senza discuterne o tenerne conto. Quando mai in Italia Renzi o Berlusconi hanno fatto un convegno o un confronto serio per discuterne? Purtroppo non solo loro in Europa. Con due peggioramenti che alimentano l'antieuropeismo: da un lato c'è il blocco del processo di integrazione, nel senso che le principali decisioni sono tolte dall'esecutivo (la Commissione) e tornano di nuovo a essere rimesse ai vertici dei capi di stato e di governo (il Consiglio) e dall'altro si spegne ogni dialettica alla luce del sole e non si avvertono più differenze tra socialisti e democristiani. 

In sostanza: da un lato un'Unione Europea sempre più impaludata in mediazioni e compromessi tra diversi e opposti nazionalismi, e dall'altro un consociativismo senza pluralismo politico. E anche le elezioni locali diventano un'occasione di sfogatoio per il crescente dissenso di fronte a governi che si guardano allo specchio.



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