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Politica

RENZI COME ANDREOTTI?/ Non confondiamo il realismo con lo strapotere (e l'utopia) del "capo"

Giulio Andreotti (1919-2913) (Infophoto)Giulio Andreotti (1919-2913) (Infophoto)

Per conto, c'è una posizione che verrebbe da definire realistica, la quale cerca di commisurare le riforme alle concrete possibilità del contesto sociale, economico, culturale e politico del Paese, sì da riuscire a conseguire un adeguato accoglimento. Non che il metodo del compromesso sia di per sé risolutivo, o che consenta un'ottimale valorizzazione delle diversità coinvolte; ciò tanto più ora che le differenti idealità e le relative riduzioni ideologiche si sono progressivamente esaurite. E tuttavia, è pur vero che l'applicazione di un tale metodo sia ostativa a una fuga dalla realtà; che il ricorso allo stesso renda più difficile il compiersi di un accordo meramente lobbistico ed estraneo alle necessità del contesto di riferimento. Esso, per contro, in qualche modo costringe gli attori istituzionali a un'aderenza alla realtà; induce gli stessi a tentare di coniugare l'opportunità e il merito di ogni riforma con le contingenze storiche e con le condizioni sociali, politiche, economiche (e certamente lobbistiche) del momento. Il tutto in ragione della consapevolezza che la mancanza di una tale corrispondenza possa ripercuotersi negativamente sul piano della realtà, pregiudicando a seconda dei casi la linearità, il rendimento se non proprio il risultato della riforma stessa.

E' in una tale prospettiva che va colto il pensiero politico e il metodo di Andreotti. Del resto, basterebbe leggere quanto scritto da Luciano Garibaldi sempre su queste colonne il 1° aprile, per avvedersene. Fu proprio Andreotti a riuscire a realizzare quella strategia d'inclusione della sinistra nei governi di "solidarietà nazionale", che gli americani avevano fortemente contestato ad Aldo Moro. Come racconta Garibaldi, la vedova Moro svelò nel corso della propria deposizione in Commissione parlamentare le minacce sibilate da Henry Kissinger al marito: "Lei la deve smettere di volere il Pci nel governo. O la smette, o la pagherà cara".

Rispetto alle difficoltà provenienti da un sistema democraticamente "bloccato", merito della politica tollerante di Andreotti fu quello di riuscire a realizzare formule, correggere convenzioni geopoliticamente necessitate, sperimentare modelli, che hanno aperto il varco a soluzioni politico-istituzionali astrattamente impensabili; soluzioni che hanno trasformato l'impedimento di un limite invalicabile (l'impossibile alternanza governativa derivante dal bipartitismo "imperfetto" in vigore), in un'opportunità d'inclusione e d'integrazione sociale e istituzionale, essenziale per lo sviluppo e la pacificazione del Paese. 

Del pari, una volta esaurito quel sistema, fu sempre Andreotti a proseguire una politica di equidistanza dalle due superpotenze e di "equivicinanza" (come amava ripetere) con i paesi del Mediterraneo (anzitutto Israele e Palestina), cui corrispose un equilibrio interno diversamente irrealizzabile. Vale forse la pena ricordare che quando fu ucciso Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano artefice, insieme a Yasser Arafat, di un decisivo processo di pace irrimediabilmente interrotto, era il giorno del rinvio a giudizio di Andreotti nel processo a Perugia, che lo vedeva imputato quale mandante dell'assassinio del giornalista Pecorelli. Nel corso di un'intervista nella quale gli si domandava del suo processo, egli rispose che era più tragico quel che era avvenuto in Israele.