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Politica

RENZI COME ANDREOTTI?/ Non confondiamo il realismo con lo strapotere (e l'utopia) del "capo"

Piero Sansonetti ha paragonato Renzi ad Andreotti, perché entrambi non avrebbero un pensiero politico, limitandosi alla mera gestione dell'esistente. Ma è così? VINCENZO TONDI DELLA MURA

Giulio Andreotti (1919-2913) (Infophoto)Giulio Andreotti (1919-2913) (Infophoto)

Andreotti come Renzi? Un'equiparazione così inedita meriterebbe una replica altrettanto paradossale e inverosimile: vada pure per l'Andreotti "Belzebù" (come si diceva negli anni 70), o per l'Andreotti "mafioso" (come si è cercato di accertare negli anni 90), ma un Andreotti "come Renzi", per favore, proprio no! Troppe le differenze antropologiche e culturali, prima ancora che politiche fra i due.

Eppure c'è chi si è avventurato su una tale equiparazione. Su queste colonne del 2 aprile Piero Sansonetti ha affermato: "L'unica accusa che si può rivolgere [a Renzi] è di non avere un pensiero politico, ma neanche Andreotti l'ha mai avuto. In questo i due leader sono molto simili tra loro: entrambi sono centristi e non hanno fatto altro che gestire l'esistente con molto successo politico". Insomma, la lezione di Andreotti sarebbe riassumibile nell'assenza di un "pensiero politico" quale precondizione per un esercizio ininterrotto del potere; potere da gestire occupando il "centro" della scena politica, in modo da lucrare i voti della "destra" o della "sinistra" dell'arco parlamentare indifferentemente e a seconda delle necessità e dei favori governativi variamente dispensati. 

Non è così! E anzi, la lezione di Andreotti prova proprio il contrario. Dimostra che una gestione del potere duratura e lungimirante non può prescindere da un pensiero politico e da un metodo di realizzazione, a meno di non risolvere il tutto in un'occupazione verticistica e tendenzialmente dispotica della cosa pubblica. Tanto questo è vero, che la lotta politica verso l'uomo è divenuta organica e pericolosa solo in coincidenza dell'avvento e del progressivo consolidamento di un nuovo e antitetico "pensiero politico" internazionale, nel cui ambito è pure inquadrabile la vicenda italiana della Seconda Repubblica e la crisi sempre più pervasiva che affligge il Paese.

E' vero, piuttosto, che la differenza fra i due politici chiama in campo un diverso modo d'intendere la politica, lo Stato e, in definitiva, le ragioni dello stare insieme.

C'è un modo d'intendere la politica, che verrebbe da considerare di tipo gnostico, intendendo per "gnosi" quell'approccio culturale che prescinde dal dato concreto, sino a creare una realtà che non esiste. Si tratta di una posizione che, anteponendo "una ricerca continua al trovare" (come scriveva von Balthasar), va oltre la realtà, oltre-passa il livello dell'esperienza e della concretezza, degradando sino all'indistinzione fra le diverse opzioni; sicché, una volta snaturata la realtà, essa tende a riversare ogni energia verso una realtà artificiale. S'inquadrano in tale approccio tante delle riforme dell'ultimo ventennio, realizzate (o quantomeno tentate) a seguito delle trasformazioni di una globalizzazione finanziaria compiuta — ancora una volta — per andare oltre l'economia reale; riforme che hanno forzato l'impianto dello Stato, dei diritti e dei servizi, senza però riuscire a conseguire quei risultati pur garantiti dall'assordante propaganda mediatica e di governo.