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SCENARIO/ Draghi, Prodi, Davigo, immagini (e parole) di un'Italia al caffè

Pubblicazione:sabato 23 aprile 2016

Romano Prodi (Infophoto) Romano Prodi (Infophoto)

Ma in fondo Prodi non è il solo a iscriversi alla lista dei "corvi e corvacci". Sfogliando i giornali e ascoltando i "liberi" media del Belpaese, sembra di assistere a un generale "pentimento aggressivo". Anche Mario Draghi, l'ex direttore generale del Tesoro italiano, anche lui instancabile privatizzatore e "uomo d'onore" per il partito di Davos e per le banche d'investimento americane, si è letteralmente "rotto" dei tedeschi e della loro politica economica, tanto che ha voluto ricordare all'"amico" Wolfgang Schäuble e alla stessa cancelliera Angela Merkel, che la "Bce non lavora solo per Berlino". Forse ha ricordato anche che gli eurobond non sono uno "strumento del demonio" (Prodi), anche se i tedeschi non solo non vogliono sentirne parlare, ma che su questo punto sono addirittura pronti a gestire una "guerra fredda" a colpi di dossier conditi con improvvise ondate speculative.

Non ci sono momenti di autocritica nel "pentimento aggressivo" di questi signori. Quasi impauriti che le persone prendano coscienza di quanto è accaduto negli anni della grande "svolta finanziaria" e dopo l'accelerazione brutale del 1992, preferiscono distribuire le colpe ai vecchi governanti della cosiddetta prima repubblica, per quanto riguarda l'Italia, e alle politiche comunitarie sia dell'asse franco-tedesco, sia oggi più specificamente della Germania. Insomma, devono prendersela pure con qualcuno di fronte al fallimento di questa crisi infinita, che va verso i nove anni (la durata di due guerre mondiali), dove ormai la "crescita" e la "luce in fondo al tunnel" sono gli ingredienti di una comica ormai grottesca, dove la disoccupazione ha sempre numeri allarmanti, dove la perdita di produttività è valutata intorno al 20 per cento.

Ormai la filiera delle criticità è tanto lunga che diventa una geremiade fastidiosa come quella del presidente dell'Inps, Tito Boeri, altro "genio" economico venuto alla ribalta, come il secondo "Attila dei pensionati" dopo la signora Fornero.

Forse la via d'uscita per il "pentimento aggressivo" verso questo rischio di stagnazione secolare, potrebbe essere attribuito non solo alla cosiddetta prima repubblica, ma ormai a Zanardelli, Giolitti. E perché non a Roberto Farinacci? Il vecchio ras di Cremona, un uomo che veniva dalla vita civile (altro che casta) e aveva fatto il capostazione, continuava a far spendere gli Agnelli e i Crespi per farli diventare padroni del Corriere e della Stampa, facendoli diventare fascisti, ed epurando nel contempo i Frassati e gli Albertini.

Nell'elenco dei corvi e corvacci, secondo la dizione del nostro presidente del Consiglio, è poi arrivato con tutto il suo peso il "Landini delle toghe", il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, naturalmente un pubblico ministero, perché in Italia "un pm è sempre un pm" e abbiamo anche il sindacato dei magistrati. Abbiamo apprezzato l'intervistatore del Corriere che ha incalzato Davigo sulla separazione delle carriere. No? Dev'essersene dimenticato. 


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