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LEGGE SUI PARTITI?/ Il rischio di una (brutta) riforma dettata dall'antipolitica

Pubblicazione:martedì 5 aprile 2016

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Dalla strettissima interconnessione tra le istanze nazionali (dal livello locale a quello statale) e quelle sovranazionali e internazionali, al velocissimo mutarsi della composizione della stessa collettività rappresentata. Di fronte a tutto questo, la politica — che trova la sua stessa ragion d'essere nel proposito di confrontarsi con i problemi tutti della polis — si scontra con forze interne ed esterne che hanno molte frecce nei loro archi: dalla finanza alla tecnica, dall'economia alla religione, non mancano forti e talora insopportabili strumenti di pressione e di mobilitazione delle coscienze individuali. 

Non sembra, però, che di fronte a queste sfide gravissime, la soluzione possa ritrovarsi in una legge sui partiti che pretenda di dettare, oltre a giuste innovazioni, anche norme sin troppo rigide e costrittive rispetto a quanto sinora avvenuto. Si vorrebbe giungere, cioè, al punto opposto del pendolo nell'esperienza repubblicana: dall'assenza di disciplina legislativa dei partiti, alla disciplina totalizzante — per lo più in senso statalizzante — dei partiti. Si è proposto, tra l'altro, che soltanto i partiti che fossero dotati di personalità giuridica secondo il codice civile (obbligo che attualmente non sussiste e che la Costituzione non prevede) e che accettassero di essere registrati (mentre ora è facoltativo), potrebbero presentare candidati alle elezioni. A tacer d'altro, la registrazione sarebbe subordinata al rispetto di condizioni indicate dalla legge con formule alquanto generiche e soprattutto lasciando spazio a valutazioni pericolosamente discrezionali e per di più senza garanzie di ordine costituzionale. Si tratta di una proposta palesemente incostituzionale e che, dopo i dubbi prospettati da più parti nel corso delle audizioni parlamentari, sembra adesso ritirata. Tra l'altro, ridurre gli spazi di rappresentanza nelle istituzioni è sempre un danno, e non certo un vantaggio per chiunque abbia l'avventura di guidare una collettività ispirandosi ai principi democratici. 

In ogni caso, non si devono confondere tematiche rilevanti che vanno senz'altro affrontate con decisione — come quelle della moralità pubblica, del corretto impiego delle risorse pubbliche, e della democraticità interna dei partiti — con il problema della democrazia tramite i partiti. Il rischio è quello di vedere tramontare, insieme con i partiti che abbiamo sin qui conosciuto, gli spazi di democrazia che ancora residuano. Il legislatore può certo intervenire sui partiti, ma dando svolgimento a tutti i principi costituzionali, assumendo uno sguardo lungo, e senza farsi condizionare dalle sirene dell'antipolitica. 



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