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POLITICA E INCHIESTE/ I nuovi "feudatari" che comandano l'Italia

Federico Pizzarotti, sindaco di Parma (Infophoto) Federico Pizzarotti, sindaco di Parma (Infophoto)

E' così che si crea un vuoto di potere politico che lascia esterrefatti, nella completa assenza di partiti strutturati secondo criteri di selezione democratica interna, non occasionale come le cosiddette "primarie". Ed è così che la magistratura diventa l'unico grande potere corporativo, che difende le sue prerogative, dividendosi il suo ambito di controllo quasi in una sorta di "feudi". Sembra di vedere un nuovo assetto feudale, dove le procure risentono anche di vecchie tradizioni consolidate e spesso si contrappongono le une alle altre.

In Toscana e in Emilia ad esempio, si nota come il bersaglio sia il "nuovismo" del M5s. In altre regioni si pensa invece al Pd, che è rimasto sorpreso di essere diventato un bersaglio e di non avere più la prerogativa della "diversità" che gli sarebbe stata tramandata dalla celebre e politicamente inconsistente "questione morale" che pose Enrico Berlinguer. Cioè, l'eredità delle "grandi lezioni" del leninismo e di più precise operazioni finanziarie che è inutile ripetere e ricordare in questa sede, ma che si possono (se si vuole) ritrovare in documenti e libri scritti e pubblicati.

Alla fine, nella gara tra il moralismo dei grillini, che si sviluppa a giorni alterni, tra dichiarazioni di "non esistenza delle presunzione di innocenza per i politici", di "valutazione caso per caso", di "adesso ci informiamo e vediamo se farli dimettere", e il moralismo sempre più edulcorato del Pd, l'agenda politica la dettano le procure. E qualsiasi risultato esca dalle urne, sarà sempre la magistratura a dettare i tempi della stessa politica amministrativa.

E' un fatto a cui siamo abituati da un quarto di secolo. Spesso le procure sono intervenute anche sul futuro di un'azienda, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Per l'Italia sembra che tutto questo sia regolare. Ma non bisognerebbe forse riformare l'impianto della giustizia, sia penale che civile, "per entrare nel gruppo dei Paesi occidentali avanzati", come si sente dire per ogni cosa?

Inutile ritornare sulla separazione delle carriere, perché fanno tutti orecchie da mercanti. E' per alcuni una provocazione, soprattutto "perché l'Italia è l'Italia" (questo è l'argomento principe anche dei noti costituzionalisti e filosofi del diritto che si oppongono a ogni riforma) e, di conseguenza, il pm resta sempre una figura sacrale.

Purtroppo quasi un "para-giudice", come lamentava Giovanni Falcone, che per questa ragione e per aver accettato di lavorare al ministero di Giustizia, si beccò del "traditore" da alcuni benpensanti che solo oggi lo ricordano come un "eroe". Evidentemente questo è un Paese dove anche gli "eroi" esistono, per alcuni, a intermittenza.

Con molta ironia, un grande magistrato come Carlo Nordio ha ricordato recentemente che il nostro codice penale, nel suo corpo complessivo, risale al 1936, ai tempi del giurista Alfredo Rocco e del Cavalier Benito Mussolini.