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Politica

RETROSCENA/ Caso Pizzarotti, i pm sono la "lunga mano" di Bruxelles

Luigi Di Maio e Beppe Grillo (Infophoto)Luigi Di Maio e Beppe Grillo (Infophoto)

Ma per l'Italia in particolare c'è da aggiungere che il "paradosso della democrazia rappresentativa" (Schumpeter), che tutto sommato resta la migliore forma di governo possibile nonostante i suoi tanti difetti (Churchill), sembra stia per essere rimesso in discussione da due "grandi poteri", sempre più in espansione, magari involontariamente, magari per una storica sfiducia. Tuttavia, senza che qualcuno se ne accorga e risponda appropriatamente, si può correre il rischio di arrivare a una sorta di "democrazia tutelata" di natura imprecisata.

In qualsiasi Carta costituzionale liberal-democratica, nella "grundnorm" come diceva il filosofo del diritto Hans Kelsen, c'era l'idea di uno Stato (in tutti i Paesi occidentali persino nella tradizione inglese che non ha costituzione scritta) che veniva per importanza dopo l'individuo, la persona. E' un punto ribadito dalla nostra Costituzione nel secondo comma dell'articolo 2 e che fu oggetto di grandi discussioni all'interno dei lavori della Costituente. La supremazia dello Stato è sempre stato il rifugio di menti contorte e totalitarie.

In sostanza, l'obiettivo di una liberal-democrazia è uno Stato non invadente, che delinea poche e chiare norme. Uno Stato che interviene quando è necessario per esercitare la sua funzione di forza pubblica o di aiuto, di sussidiarietà nell'interesse generale.

Guardate a quello che sta invece avvenendo in Italia in vari settori della vita pubblica. Il rapporto ad esempio fondamentale del contratto tra Stato e cittadini, che si fonda sulla fiscalità fin dai primi passi della democrazia (no taxation without representation), è completamente nelle mani della tecnocrazia europea, che poi ordina alla burocrazia italiana. Le esigenze di bilancio, le ragioni burocratiche, vengono prima di tutto: della situazione di crisi, di povertà, di disoccupazione, di bisogno. Il sistema fiscale è totalmente burocratizzato, con una Agenzia delle entrate e un ente di riscossione (Equitalia) che appare spesso assurdo e probabilmente unico in Occidente.

Lo stesso fenomeno di burocratizzazione esasperata sta entrando nel mondo del welfare e della sanità pubblica. Bisognerebbe ritornare a "scuola" da Lord Beveridge, il liberale inglese che inventò il welfare su suggerimento di Churchill.

La presenza dello Stato italiano non è più nemmeno sussidiaria o sinergica nell'economia reale, con la presenza di una grande impresa pubblica, ad esempio (lo fu l'Eni con l'energia nel dopoguerra e durante il miracolo economico), o con azioni temporanee per risanare imprese da reinserire sul mercato.

Oggi l'economia reale soffre invece di uno Stato invadente che impone una pressione fiscale insopportabile, detta regole rigide nei processi di produzione e non favorisce piani industriali.

L'aspetto più incredibile di questo processo è che il potere di tecnocrazia sovranazionale europea e di burocrazia nazionale si ferma, improvvisamente ma sempre, di fronte a due realtà: quella della finanza e quella delle grandi multinazionali.