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RIFORMA COSTITUZIONE/ Quel che non funziona della nuova "democrazia" di Renzi

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Ma la riforma rafforza anche la posizione dell'esecutivo, nella misura in cui il nuovo assetto organizzativo insieme ad una legge elettorale di marcata impronta maggioritaria ne consolida la capacità di indirizzo sulla condotta della sua maggioranza parlamentare. 

Da parte di alcuni, politici e non, si preconizza poi un miglioramento della legislazione, nel suo procedimento come nelle sue fonti. 

Ma non è vero. In primo luogo, non può essere il mero richiamo a nuovi modelli di democrazia diretta, come i referendum propositivi, che tuttavia necessiteranno di una ulteriore legge costituzionale istitutiva, a giustificare tanto entusiasmo, e nemmeno la previsione di tempi certi e di limiti formali alla decretazione d'urgenza, definiti sulla scorta di una legislazione precedente. 

Inoltre, sarebbe quanto meno azzardato prefigurare un miglioramento della legislazione con il nuovo quadro costituzionale di riferimento, che definisce procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del Senato (leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta).

Verosimile è ritenere, invece, che ciò finisca per innalzare il livello delle incertezze e dei conflitti interistituzionali che pure la riforma — a detta dei suoi promotori — intende attenuare o eliminare, con la conseguenza di lasciar crescere il contenzioso costituzionale, tanto in relazione ai giudizi di legittimità costituzionale, quanto ai conflitti di attribuzioni intersoggettivi. 

Ma nemmeno è vero che il rinvio costituzionale ad una disciplina regolamentare del cosiddetto statuto delle opposizioni valga di per sé ad avviare il  transito verso un'alternanza programmatica "regolamentata e trasparentemente garantita". 

In primo luogo, perché tale previsione può significare ex se poco o nulla sul piano pratico, a meno che non fosse la stessa Carta fondamentale a tipizzare ruolo e funzioni delle opposizioni nelle dinamiche della forma di governo. Ma così non è e la previsione non vale molto a chiarire i contenuti della differenza funzionale esistente tra "minoranze" ed "opposizioni", ai fini dell'azione parlamentare. Peraltro, e a tutto dire, basterebbe una riforma del regolamento parlamentare della Camera dei deputati per formalizzare uno statuto delle opposizioni in cui vengano precisati poteri e competenze assegnate a queste ultime. 

In questo contesto, parlare di passo avanti verso un modello di "democrazia decidente" (citando Piero Calamandrei) appare almeno azzardato, se non proprio demagogico. Ma certo è più facile (o semplicistico) etichettare come "conservatori" o  "reazionari" chi solleva critiche di natura tecnico-dogmatica alla riforma piuttosto che confrontarsi con serenità sui profili (tanti, purtroppo…) problematici che presenta il testo prossimo al voto referendario. 

Sembra, a chi scrive, che le modifiche apportate al modello di democrazia parlamentare qual è attualmente vigente non vadano senz'altro nella direzione di favorire quella "razionalità sostanziale" che Konrad Hesse, un autorevole costituzionalista tedesco, intende come essenza della democrazia. Non mi sembra, dunque, si viaggi verso il livello delle migliori democrazie liberali europee. Ciò non può passare inosservato, coperto sotto la coltre insidiosa della comunicazione politica partigiana che esalta, di questa riforma, soprattutto il fatto che essa sia passata dopo anni di "giri a vuoto" del Parlamento, seppure… a colpi di maggioranza. 



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COMMENTI
02/05/2016 - Concordo con l'analisi problematica dell'articolo (Luigi PATRINI)

Concordo con l'analisi problematica dell'articolo, che evidenzia alcuni nodi molto problematici e pericolosi della riforma della Costituzione voluta da Renzi. Voterò al referendum e voterò certamente NO, se prima non sarà modificata in modo sostanziale la legge elettorale (il cosiddetto "Italicum"), che oggi propone norme molto più temibili di quelle presenti nella fascistissima legge Acerbo voluta da Mussolini. Credo che Renzi conti sulla "stanchezza" che provoca questa questione nella mente dell'Italiano medio, ormai stressato da una classe politica che parla bene, che twitta ancor meglio, ma che razzola peggio di quelle di una volta e certo con minor attenzione ai problemi veri della gente.