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RIFORMA COSTITUZIONE/ Quel che non funziona della nuova "democrazia" di Renzi

Pubblicazione:lunedì 2 maggio 2016

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"Ci accingiamo ad andare verso una forma di democrazia decidente". Così si è espresso il presidente del Consiglio Matteo Renzi intervenendo in aula a Montecitorio sui contenuti della riforma costituzionale. Mi piacerebbe definire queste sparse considerazioni su tali contenuti come: la saga dei "non è vero". 

Innanzitutto, non è vero che la riforma recherà senz'altro un miglioramento della qualità della democrazia, perché la democrazia non riesce migliorata semplicemente comprimendo la dimensione della rappresentanza politica bensì articolandone la composizione senza per ciò penalizzare l'efficienza dei processi decisionali. In un ordinamento a struttura pluralista, come il nostro, ridurre la rappresentanza politica nazionale implica il rischio di pericolose semplificazioni, soprattutto quando la previsione di una sola Camera elettiva, rappresentativa del popolo dello Stato, è abbinata ad un sistema elettorale accentuatamente maggioritario. 

Il nuovo testo costituzionale delinea un assetto di bicameralismo asimmetrico (o imperfetto, o diseguale) che qualifica il Senato come organo "di rappresentanza delle istituzioni territoriali". Dietro tale definizione, volutamente generica, si cela a ben vedere un'eterogeneità di interessi e di istanze che sarà molto difficile — per non dire impossibile — rappresentare in maniera unitaria od integrata riconducendole ad unità reale. 

Ciò, tanto più se si considera che delle istituzioni territoriali fanno parte le Regioni, ma anche le Città metropolitane (le Province saranno abolite), i comuni di medie, piccole e piccolissime dimensioni che compongono il variegato sistema italiano delle autonomie. Quali interessi riusciranno allora prevalenti in Senato ed otterranno una rappresentanza in quella sede?

E' vero, dunque, che la riforma pone mano alla questione del bicameralismo italiano (perfetto, quanto meno sul piano dei poteri e delle funzioni assegnate alle due Assemblee), da troppo tempo inteso come uno dei mali endemici del nostro assetto di democrazia parlamentare. Ma ciò non significa che tale questione trovi finalmente un'adeguata soluzione, in grado di assicurare una chiara individuazione degli interessi territoriali ivi rappresentati e di favorire, per ciò, un'adeguata mediazione con gli interessi unitari tutelati dalla Camera elettiva. 

E' del tutto verosimile, anzi, supporre — senza fare troppo esercizio di fantasia o di pessimismo costituzionale — che il nuovo assetto organizzativo possa generare non poche conflittualità, soprattutto nel momento in cui la maggioranza politica presente alla Camera dei deputati non trovi corrispondenza in quella che è presente in Senato, somma di consiglieri e sindaci-senatori.

Chi riesce rafforzato dalla riforma costituzionale? 

Di certo i partiti politici vedranno rafforzato il loro potere decisionale e di influenza sul personale politico all'interno delle istituzioni parlamentari. Del resto, basti porre mente alle dinamiche di alcune esperienze comparate (ad esempio la Germania), in cui la portata dell'azione della rappresentanza all'interno dell'Assemblea composta dai governi statali tendeva a mutare in ragione della sintonia o meno di tratto politico con la Camera parlamentare. La conseguenza era quella di una sorta di elusione del dettato costituzionale, con una negoziazione generale tra le due assemblee in merito all'approvazione della gran parte delle leggi federali. 


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COMMENTI
02/05/2016 - Concordo con l'analisi problematica dell'articolo (Luigi PATRINI)

Concordo con l'analisi problematica dell'articolo, che evidenzia alcuni nodi molto problematici e pericolosi della riforma della Costituzione voluta da Renzi. Voterò al referendum e voterò certamente NO, se prima non sarà modificata in modo sostanziale la legge elettorale (il cosiddetto "Italicum"), che oggi propone norme molto più temibili di quelle presenti nella fascistissima legge Acerbo voluta da Mussolini. Credo che Renzi conti sulla "stanchezza" che provoca questa questione nella mente dell'Italiano medio, ormai stressato da una classe politica che parla bene, che twitta ancor meglio, ma che razzola peggio di quelle di una volta e certo con minor attenzione ai problemi veri della gente.