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REFERENDUM vs UNIONI CIVILI/ Ecco perché Bagnasco dice no e sta con Pasolini

Ieri il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, ha preso le distanze da un ipotetico coinvolgimento della Chiesa nel referendum anti-unioni civili. VINCENZO TONDI DELLA MURA

Il cardinale Angelo Bagnasco (Infophoto) Il cardinale Angelo Bagnasco (Infophoto)

"Si tratta di iniziative che sono doverosamente portate avanti da laici: saranno portate avanti da laici". Con queste poche parole, pronunciate a margine dell'ultima assemblea episcopale dal presidente della Cei, cardinale Bagnasco, sembra essere stata definitivamente sventata l'eventualità di un referendum abrogativo sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

L'iniziativa era stata anticipata da parlamentari del centrodestra e da taluni della maggioranza nel corso di un'animata conferenza stampa, all'esito dell'umiliazione inflitta dal Governo al Parlamento con la proposizione della questione di fiducia sul ddl Cirinnà. Una fiducia che ha impedito al legislatore di emendare il testo di tutte quelle incongruenze destinate a minarne la funzionalità, se non proprio la legittimità costituzionale, provocate dalle forzate equiparazioni fra la disciplina delle unioni e quella del matrimonio, come pure dalle altrettanto forzate differenziazioni fra i due istituti (emblematico è il caso dello stralcio dell'obbligo di fedeltà dalla nuova disciplina, con la conseguente possibilità di bigamia). Non per nulla il ricorso governativo alla fiducia parlamentare è stato variamente contestato anche da convinti sostenitori dell'opportunità della legge.

Eppure, una tale referendum sarebbe stato una iattura per il Paese. Il ricorso al surplus ideologico che strutturalmente caratterizza ogni consultazione referendaria avrebbe inferto una nuova e insostenibile ferita nella convivenza nazionale. Non solamente avrebbe provocato il sorgere di nuove conflittualità in un corpo sociale talmente disgregato da essere paragonato dal Censis a una "massa pastosa di coriandoli". Più ancora, avrebbe originato il tutto sulla scorta di ragioni che già la storia, prima ancora che il magistero degli ultimi pontefici, si è incaricata di smentire.

La questione non rimanda solamente alla dialettica ecclesiale mai sopita tra i cattolici della testimonianza e i cattolici dell'impegno, ovvero tra i fautori della testimonianza e coloro che, invece, insistono sull'impegno pubblico dei cristiani come argine al dilagare della rivoluzione antropologica; dialettica, questa, in realtà priva di fondamento. Come ha evidenziato Massimo Borghesi proprio su queste pagine, non c'è testimonianza cristiana che non si prolunghi, idealmente, anche sul terreno storico-politico, dal momento che «la politica è la forma più alta della carità» (Paolo VI). 

Piuttosto, la questione rimanda al giudizio storico complessivo sotteso a una tale declinazione, la quale non può prescindere dall'insieme dei fattori in gioco. La domanda da porsi, in tal senso, probabilmente avrebbe dovuto essere la seguente: può ritenersi che una battaglia referendaria contro le unioni civili tra persone dello stesso sesso sia tale da contrastare, sia pure in parte, le cause (e non le conseguenze) della globale destabilizzazione etica contemporanea? In realtà non fu così (né avrebbe potuto esserlo!) nemmeno all'epoca del referendum sul divorzio. E anzi, fa specie che quella vicenda sia stata archiviata, da parte cattolica, senza rivisitarne adeguatamente i fattori costitutivi. 


COMMENTI
20/05/2016 - Il Cardina Bagnasco faccia il prete non ingerisca (orazio bacci)

Se se la prende tanto contro gli omosessuali, vada dallo psicanalista e un chiaro suo problema, e la smetta di rompere il mazzo, che il problema e solo suo è non proietti i suoi stati d'animo negli altri questo rompic....

 
20/05/2016 - La posta in gioco (Villi Demaldè)

Credo - parlo molto immodestamente - che il Card. Bagnasco abbia fatto davvero bene a non coinvolgere la CEI, e quindi la Chiesa italiana, in un'eventuale azione referendaria. E non solo perché essa sarebbe probabilmente destinata al fallimento, o perché anche nel c.d. "mondo cattolico" le posizioni in materia - come si è visto ampiamente - sono tutt'altro che univoche; ma perché la questione NON è principalmente di carattere religioso o morale. Si tratta anzitutto un problema antropologico - umano, quindi - sociale e civile. La scelta fatta con l'approvazione "obtorto collo" del DDL Cirinnà da parte del Parlamento, sotto il ricatto del doppio voto di fiducia posto dal Governo - fatto in sé gravissimo dal punto di vista della democrazia - mette infatti in discussione uno dei fondamenti della convivenza umana e civile, quell'istituto del matrimonio tra un uomo e una donna, che in forme diverse e più o meno evolute ogni civiltà e cultura riconosce e tutela. C'è tutto un tessuto umano, sociale e civile da ricostruire, perché dalla "massa pastosa di coriandoli" ricominci ad emergere, nei suoi lineamenti essenziali, un popolo, anche se variegato e plurale al suo interno. In questo ineludibile impegno i cristiani hanno una grande responsabilità, che possono giocare se coscienti di portare una novità umana che può essere per tutti, e che comunque va offerta alla libertà di ciascuno. A meno di non rassegnarsi a essere "sale scipito" e "lucerna sotto il moggio"...