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REFERENDUM COSTITUZIONALE/ Ecco cosa nasconde la balla di Renzi su Berlinguer

Renzi ha arruolato Berlinguer tra i fautori del monocameralismo. E dunque del suo referendum. Ma è una mistificazione storica. E soprattutto, politica. VINCENZO TONDI DELLA MURA

Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto da Wikipedia) Enrico Berlinguer (1922-1984) (Foto da Wikipedia)

REFERENDUM COSTITUZIONALE. Il discorso pronunciato da Matteo Renzi a Bergamo in occasione dell'apertura della campagna referendaria presenta un inciso che lascia ben intendere il motivo per cui la riforma in consultazione continui a essere temuta da tanta parte della popolazione; continui a essere considerata come parziale e divisiva, piuttosto che a garanzia dell'intera comunità nazionale. 

Trattando del bicameralismo e della trasformazione del Senato, il presidente del Consiglio ha richiamato il pensiero di Enrico Berlinguer, quasi a sottolineare la continuità d'impostazione fra l'ipotesi di riforma prospettata dall'allora segretario del Pci e quella realizzata dall'attuale premier-segretario del Pd. Ha dunque affermato: "anche Berlinguer parlava di monocameralismo". 

In realtà il richiamo al pensiero di uno dei più amati e rimpianti leader della sinistra italiana sembra argomentare il contrario di quanto avrebbe inteso motivare.

L'opzione di Berlinguer verso il monocameralismo, così come l'originaria contrarietà della sinistra italiana verso il bicameralismo, deve essere meglio contestualizzata; deve essere collocata all'interno della visione più partecipativa della cosa pubblica perseguita ai tempi. Per dirla tutta, deve essere compresa all'interno di un sistema di tipo proporzionale, qual era quello all'epoca prescelto e sostenuto. Del resto, era talmente radicata la consapevolezza della necessità per il governo di godere di un consenso sociale e politico assai più diffuso di quello meramente numerico connesso alla fiducia delle Camere, che proprio Berlinguer soleva realisticamente ripetere che non si sarebbe potuta governare l'Italia con il semplice 50 per cento più uno dei voti parlamentari (allora conseguiti, per l'appunto, in via proporzionale); e fa specie che il rilievo non sia stato richiamato nei commenti di questi giorni. 

Tale preoccupazione non solamente sottendeva l'esigenza di una maggioranza parlamentare assai più vasta di quella governativa, per realizzare ogni tipo di riforma strutturale del Paese; più ancora, dimostrava l'essenzialità del primato della politica ai fini del funzionamento delle formule istituzionali e, in definitiva, della persistenza dell'impianto democratico.

Diverso è il discorso riguardante il bicameralismo pasticciato introdotto dalla riforma in consultazione, il quale si pone nella diversa prospettiva elettorale tracciata dall'Italicum. Non che il problema sia quello di tornare al proporzionale (al momento anche il solo pensarlo rischia di apparire antistorico); e tuttavia restano drammaticamente aperte le preoccupazioni paventate da Berlinguer. Né si potrebbe replicare sostenendo la mera contingenza e casualità del combinato disposto fra l'Italicum e la riforma costituzionale. E anzi, proprio Roberto D'Alimonte, il politologo che ha disegnato gli assi portanti della nuova legge elettorale insieme a Denis Verdini (come ha documentato Massimo Parisi, deputato aderente ad Alleanza Liberalpopolare-Autonomie, nel volume Il Patto del Nazareno. 18 gennaio 2014-31 gennaio 2015, Rubettino, 2016), ha confermato una tale consustanzialità: