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DIETRO LE QUINTE/ Dalle comunali al TTIP, lo "spettacolo al contrario" di M. Renzi

Matteo Renzi con Barack Obama (Infophoto) Matteo Renzi con Barack Obama (Infophoto)

La sensazione è che queste amministrative siano una sorta di test elettorale, collocato in un periodo dell'anno dove si è disabituati a votare e dove una bassa partecipazione è ormai considerata fisiologica. In più, qualsiasi risultato salti fuori da queste consultazioni amministrative, a meno di numeri veramente choccanti, si presta immediatamente a scuse, ad alibi di ogni tipo che possono servire sia alla maggioranza di governo che alle opposizioni.

Matteo Renzi ha certamente paura del voto amministrativo, teme una perdita di consensi, ma ha deciso quasi di derubricare queste elezioni perché gli conviene e perché è concentrato soprattutto sul problema della costruzione di un establishment nazionale che deve durare nel tempo.

Ripetiamo comunque che, a meno di numeri choc, queste amministrative non muteranno nulla, tranne un fatto che si rivelerà decisivo tra qualche tempo: la perdita della partecipazione democratica all'amministrazione di una grande città o di un piccolo comune. Cioè l'assenza di una articolazione democratica di base.

La sensazione è che ormai la nuova classe politica italiana sia soprattutto concentrata a presentare un paese cosiddetto "moderno" in Europa e nel mondo il più presto possibile, trascurando passaggi importanti di consenso democratico. Sarà un caso, ma concentrarsi solo sul referendum per le riforme costituzionali è come "rottamare" senza un consenso, se non ampio almeno convincente, una storia che è durata 70 anni.

E' una disinvoltura che Matteo Renzi si permette caricandosi addosso un grande rischio e dando l'impressione di allinearsi anche lui a diventare una riedizione dell'establishment che si è insediato in diversi Paesi occidentali senza misurare la portata dei contraccolpi sociali che si notano in tutto il mondo. Si parla continuamente, in modo spesso generico e sbagliato, di populismo, ma non dovrebbe essere il sistema a sconfiggere il voto della cosiddetta "pancia" dell'elettorato? Non dovrebbe essere la funzionalità del sistema a sconfiggere il populismo? Dobbiamo rimetterci a studiare la storia degli anni Venti e Trenta del Novecento per vedere gli errori e gli orrori di scelte economiche sbagliate e l'autoreferenzialità di classi dirigenti che non comprendevano i problemi delle masse del tempo?

Certo, i contesti storici sono differenti, ma i metodi per affrontare i problemi si ripetono e sono simili. In genere, una buona politica, una politica accorta mette in atto cambiamenti sul piano istituzionale, anche decisivi, quando governa una società sufficientemente compatta e abbastanza soddisfatta del suo tenore di vita, che non nutre risentimenti per scelte avventate di carattere economico e sociale e soprattutto vede un futuro credibile, vede una strada da percorrere, magari anche con sacrifici. Questo comporta ripensamenti, nuovi tentativi, anche riconoscimento di modelli sbagliati.

Quello che oggi appare in tutto l'Occidente è ancora la convinzione che la grande svolta di carattere finanziario non si tocca e deve quasi precedere qualsiasi riforma istituzionale, anche di carattere sovranazionale. Nel momento in cui è scoppiata la crisi, non si è mai ripensato a modelli economici differenti, al ritorno all'economia reale, ma si è data l'impressione di modellare gli Stati ancora di più in funzione delle esigenze del sistema finanziario mondiale.