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REFERENDUM COSTITUZIONE/ Il giurista: Renzi vuole una democrazia senza controlli

Maria Elena Boschi (Infophoto) Maria Elena Boschi (Infophoto)

Vi è sicuramente il proposito di ottenere consenso personalizzato intorno a una visione generale della democrazia. Si tratta della visione secondo la quale la democrazia efficiente, dunque destinata a durare, è quella in cui prevale l'"investitura": chi è designato a esercitare il potere, una volta investito direttamente o indirettamente attraverso i meccanismi della rappresentanza, deve essere messo in condizione di operare il più possibile al riparo da controlli, interferenze, limitazioni. Sarà poi valutato alla nuova scadenza elettorale e solo allora. 

 

E' la visione renziana. E' l'unica possibile?

No. A questa visione se ne contrappone un'altra, quella della democrazia "di operazione": chi governa è sottoposto in permanenza all'azione efficace di contropoteri e controlli. I controllori sono formati secondo procedure anche esterne al circuito della rappresentanza. Contropoteri e controlli sono messi al di fuori della portata del controllato. L'attività del controllato è limitata e orientata dalla partecipazione permanente dei governati. 

 

Questi che lei tratteggia sembrano più che altro modelli ideali.

Diciamo che l'esperienza concreta si muove tra l'uno e l'altro, traendone elementi senza identificarsi interamente in nessuno. Ma certo si può stabilire se un ordinamento abbia maggiori elementi dell'uno o dell'altro. Occorre che quando si compiono le scelte costituzionali di fondo si abbia consapevolezza che questa è la posta in gioco, si possa valutare quale dei due modelli sia desiderabile, infine si scelga in modo avvertito e responsabile. Ma oggi il velo plebiscitario rischia di occultare i termini della questione.

 

Ci si può sottrarre alla deriva plebiscitaria voluta dal capo del governo?

I costituzionalisti — specie quelli che si sono sottratti alla logica degli appelli contrapposti e della conta militante — hanno dato un contributo quando hanno esaminato e sottoposto a critica o argomentato la condivisione delle specifiche soluzioni ricavabili dal testo di riforma. Ma la loro voce non è forte abbastanza da non essere soverchiata dalle grida di una campagna referendaria che, a consuntivo, sarà durata sei mesi, un tempo enorme.

 

A Renzi sono arrivati molti inviti a non andare avanti di questo passo.

A mio modo di vedere, da parte del governo e del suo leader, che delle riforme si sono fatti motore primo, pare venire un qualche dubbio sull'efficacia dell'approccio plebiscitario al referendum. E che dunque un tentativo di spersonalizzazione possa essere compiuto. Sarebbe una buona cosa, e farebbe del referendum un'occasione di confronto democratico. Si tratta però di vedere se le formidabili armi della propaganda, una volta dispiegate, possano essere riposte negli arsenali.

 

Così non si rischia che quello di ottobre sia un voto deciso ampiamente dal contesto?

Certamente sì: se resterà fermo l'attuale orientamento plebiscitario e personalizzante, il contesto politico prevarrà inevitabilmente sui contenuti della riforma. Il presidente del Consiglio ha vincolato la sua personale vicenda politica all'esito del referendum. Ma è vero anche il reciproco: l'esito del referendum rischia di dipendere dalla sua personale vicenda politica, nel senso che se questa dovesse attraversare una fase d'ombra, la riforma sarebbe compromessa, e l'innovazione costituzionale, pur necessaria, rinviata a chissà quando.

 

Renzi da Tokyo ha detto: "il referendum non c'entra nulla con la legge elettorale". Vero o falso?