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REFERENDUM COSTITUZIONE/ Il giurista: Renzi vuole una democrazia senza controlli

La personalizzazione estrema del referendum voluta da Renzi copre i molti, troppi difetti di una riforma che resta, nel merito, sconosciuta ai più. SANDRO STAIANO, costituzionalista

Maria Elena Boschi (Infophoto) Maria Elena Boschi (Infophoto)

Renzi martella ogni giorno con la sua personalissima campagna referendaria. Si voterà in ottobre, ma se stessimo all'intensità dei toni il voto parrebbe tra una settimana. La strategia del segretario del Pd è ormai chiara ed è fatta di due obiettivi: stigmatizzare il no, o come posizione nostalgica (chi vota no è vecchio e difende lo status quo), o come posizione priva di razionalità e dunque di cittadinanza politica; identificare il voto sulla riforma con un sì plebiscitario al suo promotore, cioè il duo Renzi-Boschi. Per Sandro Staiano, costituzionalista dell'Università di Napoli Federico II, "fare del referendum uno strumento di legittimazione politica di una persona nella sua funzione di governo mette in campo le potenzialità plebiscitarie insite in questo istituto; sono potenzialità non sopprimibili del tutto; però, in un ordinamento democratico sono sempre moderate, assoggettate a cautele". Ma adesso?

Ci spieghi a quali cautele si riferisce, professore.

Queste cautele consistono nel carattere eventuale della pronuncia popolare diretta, la quale interviene solo se il Parlamento non sia riuscito a deliberare con una maggioranza ampia e solo se venga richiesto da un quorum consistente di parlamentari, di cittadini o di Regioni. Condizioni queste che hanno fatto ritenere a molti che il referendum fosse uno strumento oppositivo, nelle mani delle minoranze soccombenti nella sede della rappresentanza. 

Ma è così?

No; e i fatti si sono incaricati di dimostrarlo. Nei casi di "revisioni ampie" della Costituzione, l'esperienza fa registrare la richiesta del referendum anche da parte della maggioranza uscita vincitrice dal confronto parlamentare. È accaduto quando fu sottoposto a revisione per la prima volta il Titolo V della Parte II (presentarono richiesta di referendum parlamentari della maggioranza nel numero prescritto, e anche la maggioranza promosse la raccolta delle firme degli elettori); è accaduto con la revisione dell'intera Parte II all'epoca del governo Berlusconi (in questo caso, per ragioni tattiche, non si diede luogo all'intervento diretto di parlamentari della maggioranza né alla raccolta delle firme tra gli elettori, ma la Regione Lombardia, che era il governo locale di riferimento del governo nazionale del tempo, contribuì a formare il quorum di consigli regionali prescritto dall'articolo 138 per la richiesta del referendum, e in Lombardia prevalse il sì); accade oggi.

Se dunque la novità di oggi non è tanto l'uso confermativo-plebiscitario piuttosto che oppositivo del referendum, allora essa in che cosa consiste?

La novità è che, fin dall'inizio della vicenda di revisione, si è perseguito l'obiettivo di "semplificare" il procedimento parlamentare rinunciando a priori alla maggioranza dei due terzi e si è dichiarato l'intendimento di indire il referendum anche nel caso questa fosse stata incidentalmente ottenuta: un atteggiamento plebiscitario prima ancora che un esito delle dinamiche del sistema. La conseguenza è la difficoltà a svolgere un dibattito centrato sul merito della riforma costituzionale.

C'è un nesso tra carattere plebiscitario della campagna e contenuto della riforma?