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REFERENDUM COSTITUZIONALE/ Renzi ne parla ogni giorno, ma nessuno ne sa nulla

Una autentica democrazia dovrebbe garantire ai cittadini una comunicazione in grado di far capire di cosa si parla, come nel caso del referendum costituzionale. VINCENZO BALDINI

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L'iter delle riforme costituzionali, ottenuto il voto favorevole definitivo delle Aule parlamentari, ha esaurito la fase deliberativa vera e propria ed è entrato nella fase ultimativa, quella che conduce al referendum popolare di conferma (art. 138 Cost.), da svolgersi agli inizi del prossimo autunno, dal quale viene a dipendere il destino effettivo della riforma. 

Abbandonata, dunque, la fase travagliata e complessa del confronto parlamentare, dominata dall'intreccio dialettico di ragioni politiche e ragioni tecnico-scientifiche all'interno delle commissioni parlamentari, nutrito dalle tante audizioni di autorevoli esperti, il dialogo (o lo scontro) prosegue ora in sedi diverse, quelle della comunicazione pubblica mass-mediatica. Qui continua il rimpallo tra posizioni, rispettivamente, favorevoli o contrarie alla riforma ma con un linguaggio in parte diverso da quello aulico — e meno aulico — delle sedi istituzionali, o quello elevato del tono dogmatico. 

Si tratta di un linguaggio che potremmo convenzionalmente definire più comunicativo in quanto rivolto non soltanto ai "chierici" del diritto costituzionale o della politica "professionale" ma al popolo-elettore, quello chiamato a decidere le sorti della riforma attraverso la manifestazione diretta di volontà popolare. La comunicazione del pensiero politico deve incaricarsi, allora, di lasciar focalizzare l'attenzione dei cittadini elettori sui contenuti della riforma costituzionale, apprezzati secondo l'ottica —inevitabilmente parziale — del soggetto comunicatore. Attraverso il flusso della comunicazione pluralista il cittadino acquisisce quell'informazione necessaria ad un esercizio consapevole del voto referendario a favore o contro la legge costituzionale di riforma. 

In altre parole in questa fase il linguaggio della comunicazione pubblica democratica è destinato a variare in ragione del destinatario-consumatore del prodotto (il messaggio comunicativo) che, nell'occasione, è anche cittadino dello Stato democratico, come tale titolare di un vero e proprio diritto alla formazione culturale, anche in chiave di  pensiero politico. A tal fine c'è bisogno di una comunicazione di qualità, vale a dire nutrita di sapere e costruita anche su risultati della ricerca scientifica o su posizioni esposte da scienziati della materia, una comunicazione che per questo si rende più credibile ed in grado di assumere un ruolo guida nella formazione di una consapevolezza politica in democrazia. Un processo di comunicazione siffatto, che aspiri ad un ruolo effettivamente formativo del cittadino-sovrano, seppure possa rimanere in principio indifferente rispetto agli attori della comunicazione ed al linguaggio in cui quest'ultima viene espressa, non può fare a meno del supporto di una razionalità argomentativa obiettiva nella costruzione e rappresentazione di posizioni specifiche, che sovente si rivela carente nelle trame della retorica politica. 

In una società autenticamente democratica, la comunicazione pubblica libera e pluralista rappresenta in sé un valore, non vincolata ad un obbligo di verità ma condizionata dal vincolo di razionalità che, solo, la rende credibile. Né la dialettica politica né l'espressione tecnico-scientifica che convergono nel flusso della comunicazione pluralista possono essere in grado, perciò, di favorire effettivamente la formazione di una coscienza sociale e politica se si distaccano dal vincolo di razionalità argomentativa che è strettamente funzionale alla comprensibilità del pensiero comunicato.