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SPILLO/ Il referendum che "dà fastidio" a Renzi

Il Veneto potrebbe votare un referendum che garantisce più autonomia dallo Stato centrale proprio nello stesso giorno del voto sulla riforma costituzionale, spiega SERGIO LUCIANO

Luca Zaia (Infophoto) Luca Zaia (Infophoto)

Un referendum che riduce i poteri "devoluti" dallo Stato alle Regioni da 19 a 6; e un altro referendum, contemporaneo, che rivendica, per una Regione, la proprietà degli 8/10 delle imposte raccolte sul territorio, il decuplo o quasi di quanto resti oggi. Due referendum opposti. Nello stesso giorno, forse: e sarebbe pure sacrosanto, sul piano economico, perché farebbe risparmiare all'erario pubblico ben 14 milioni di euro. Utilizzando le stesse sezioni elettorali e lo stesso personale per le due consultazioni simultanee e opposte...

Ma quando mai gli stranieri potranno capirci, con questi ossimori? Eppure è quanto accadrà molto probabilmente in Veneto a ottobre. Non lo ha promesso, perché non è in suo potere, ma si è impegnato a provarci il viceministro all'Economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica - veneziano - presidente della Conferenza Stato-Regioni cui è demandata la gestione del problema. E del resto, votare sul suo referendum consultivo il Veneto può: la Corte Costituzionale ha ammesso alla consultazione referendaria ufficiale uno dei quesiti che la Regione Veneto aveva chiesto di poter sottoporre a referendum popolare consultivo, e quindi la consultazione ci sarà. Luca Zaia chiede che avvenga nello stesso giorno in cui si voterà per il referendum sulla Riforma Boschi, così caro al presidente del Consiglio Renzi. E la sua richiesta è "risparmiosa". Ma è anche surreale, perché sul piano logico i due quesiti vanno in direzione opposta… vedremo. Ma a prescindere dalla data, cosa cambierà col primo referendum consultivo regionale sul decentramento amministrativo?

Cerchiamo di capirne di più e innanzitutto chiariamo perché il referendum veneto non è una pagliacciata tardo-leghista, del filone delle ampolle del Dio Po, ma è una cosa serissima, che interpella governo e legislatori su un punto cruciale e vergognosamente trascurato della gestione pubblica italiana: i tagli alla spesa.

Secondo i calcoli del Costituzionalista Luca Antonini - uno dei giuristi più attenti alle istanze del federalismo -, se si applicassero a tutta l'Italia i costi della Pubblica amministrazione del Veneto, l'erario risparmierebbe 30 miliardi di euro: quanto tre manovre economiche di quelle che anche il governo Renzi ha dovuto fare per restare in linea con i vincoli europei e non essere sanzionato. Ma neanche la Riforma Boschi, che pure ri-centralizza molti capitoli dell'autonomia locale, ha voluto imporre l'adozione dei costi standard, cioè appunto far sì che tutte le Regioni siano costrette a spendere, per i loro acquisti, quanto spendono le Regioni più virtuose, e non una bislacca media tra quelle virtuose e quelle scialacquatrici come avviene oggi. Imporre ai potentati partiti locali di "fare i seri" e adottare i costi delle Regioni che lavorano meglio significa togliergli il solo potere che realmente interessa, quello di spesa. E nessun premier vorrà mai inimicarsi il territorio, tantomeno Renzi che proprio in periferia sta assaggiando quant'è difficile alimentare la propria popolarità e il proprio consenso dando schiaffi e regalando irrisione senza rispetto per gli interessi locali.

Il Veneto risparmia 19 miliardi solo sulla sanità; ed è l'unica Regione a pagare i fornitori delle Asl a 60 giorni, con rare deroghe a 90: c'è riuscita accettando un mutuo oneroso con la Cassa depositi e prestiti. Per Trenitalia - ammissione dell'azienda - è la Regione miglior pagatrice; e ha ottenuto per prima il nuovo Fondo speciale europeo di 600 milioni di euro per finanziare le infrastrutture, cui ne ha aggiunti 150 di tasca propria.