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SPILLO/ Il referendum che "dà fastidio" a Renzi

Pubblicazione:martedì 14 giugno 2016

Luca Zaia (Infophoto) Luca Zaia (Infophoto)

Un referendum che riduce i poteri "devoluti" dallo Stato alle Regioni da 19 a 6; e un altro referendum, contemporaneo, che rivendica, per una Regione, la proprietà degli 8/10 delle imposte raccolte sul territorio, il decuplo o quasi di quanto resti oggi. Due referendum opposti. Nello stesso giorno, forse: e sarebbe pure sacrosanto, sul piano economico, perché farebbe risparmiare all'erario pubblico ben 14 milioni di euro. Utilizzando le stesse sezioni elettorali e lo stesso personale per le due consultazioni simultanee e opposte...

Ma quando mai gli stranieri potranno capirci, con questi ossimori? Eppure è quanto accadrà molto probabilmente in Veneto a ottobre. Non lo ha promesso, perché non è in suo potere, ma si è impegnato a provarci il viceministro all'Economia Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica - veneziano - presidente della Conferenza Stato-Regioni cui è demandata la gestione del problema. E del resto, votare sul suo referendum consultivo il Veneto può: la Corte Costituzionale ha ammesso alla consultazione referendaria ufficiale uno dei quesiti che la Regione Veneto aveva chiesto di poter sottoporre a referendum popolare consultivo, e quindi la consultazione ci sarà. Luca Zaia chiede che avvenga nello stesso giorno in cui si voterà per il referendum sulla Riforma Boschi, così caro al presidente del Consiglio Renzi. E la sua richiesta è "risparmiosa". Ma è anche surreale, perché sul piano logico i due quesiti vanno in direzione opposta… vedremo. Ma a prescindere dalla data, cosa cambierà col primo referendum consultivo regionale sul decentramento amministrativo?

Cerchiamo di capirne di più e innanzitutto chiariamo perché il referendum veneto non è una pagliacciata tardo-leghista, del filone delle ampolle del Dio Po, ma è una cosa serissima, che interpella governo e legislatori su un punto cruciale e vergognosamente trascurato della gestione pubblica italiana: i tagli alla spesa.

Secondo i calcoli del Costituzionalista Luca Antonini - uno dei giuristi più attenti alle istanze del federalismo -, se si applicassero a tutta l'Italia i costi della Pubblica amministrazione del Veneto, l'erario risparmierebbe 30 miliardi di euro: quanto tre manovre economiche di quelle che anche il governo Renzi ha dovuto fare per restare in linea con i vincoli europei e non essere sanzionato. Ma neanche la Riforma Boschi, che pure ri-centralizza molti capitoli dell'autonomia locale, ha voluto imporre l'adozione dei costi standard, cioè appunto far sì che tutte le Regioni siano costrette a spendere, per i loro acquisti, quanto spendono le Regioni più virtuose, e non una bislacca media tra quelle virtuose e quelle scialacquatrici come avviene oggi. Imporre ai potentati partiti locali di "fare i seri" e adottare i costi delle Regioni che lavorano meglio significa togliergli il solo potere che realmente interessa, quello di spesa. E nessun premier vorrà mai inimicarsi il territorio, tantomeno Renzi che proprio in periferia sta assaggiando quant'è difficile alimentare la propria popolarità e il proprio consenso dando schiaffi e regalando irrisione senza rispetto per gli interessi locali.

Il Veneto risparmia 19 miliardi solo sulla sanità; ed è l'unica Regione a pagare i fornitori delle Asl a 60 giorni, con rare deroghe a 90: c'è riuscita accettando un mutuo oneroso con la Cassa depositi e prestiti. Per Trenitalia - ammissione dell'azienda - è la Regione miglior pagatrice; e ha ottenuto per prima il nuovo Fondo speciale europeo di 600 milioni di euro per finanziare le infrastrutture, cui ne ha aggiunti 150 di tasca propria.


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