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VISTA DA UN TORINESE/ Chiara Appendino: ieri la vittoria, oggi una domanda

Pubblicazione:martedì 21 giugno 2016

Chiara Appendino in campagna elettorale (Foto dal profilo FB di Chiara Appendino) Chiara Appendino in campagna elettorale (Foto dal profilo FB di Chiara Appendino)

Da torinese che vive a Roma da vent'anni, in questa campagna elettorale mi sono chiesta più volte se non avrebbero potuto darci, come sindaco capitolino, chiunque fosse stato scartato a Torino o Milano: l'opzione mi sarebbe parsa comunque migliore di quella che ci toccava nelle urne. E' un pregiudizio, lo so: ma basta un giro per le grandi città del nord per capire la differenza di immagine, e pour cause di gestione. Forse. Non sono solita quando salgo farmi un giretto nelle periferie di Torino e Milano, che sono tristi e degradate e diserte tanto quanto quelle romane. Ancora più brutte, che almeno a Roma supplisce il cielo, e quel verde che s'inframmezza pure tra i suburbi. 

Dunque, i salotti buoni non ingannino: almeno per Torino, chi ha votato contro un potere consolidato da tempi immemori ha votato per esasperazione, per stanchezza di indifferenza e trascuratezza. Torino è una città europea: segnalata dal New York Times quest'anno tra le 52 magnifiche al mondo da visitare, unica tra le italiane. Bei musei, piazze, déhors, iniziative culturali a go go, l'immondizia non disturba la vista e l'olfatto, frotte di visitatori ammirano le luci d'artista natalizie come le manifestazioni internazionali, dal Salone del gusto a quello del libro. Una città rinata nonostante la Fiat, si racconta. 

Ma basta uscire dal quadrato romano per vivere un'altra storia: immigrazione selvaggia e abbandonata, al di là delle chiacchiere politically correct sull'accoglienza, e rovesciata sulle spalle di cittadini indigenti, che faticano a tirare avanti con le pensioni minime, e la disoccupazione giovanile che sfiora il 40%. Desolazione, sfruttata dall'assalto di centri sociali lasciati liberi di disturbare, ché la sinistra non usa i sistemi forti conto i compagni che sbagliano. Il sindaco (ex) si è giocato mezza città di cui non aveva forse contezza, quando nel faccia a faccia con la giovane pentastellata ha dichiarato di soprassalto che certa povertà nella sua città non c'è. Non quella degli slums di Benares o delle favelas di Rio, ma nemmeno lo status della Crocetta o della precollina, dove abitano i più raffinati sostenitori di quello che simpaticamente chiamano "filùra", fessura, per la sua esile stazza. Una brava persona, un uomo di ideali e passioni, che non sono le mie, ma di cui si riconosce unanimemente l'apertura, il rispetto, e l'amore sincero alla terra in cui è nato. Ma pur sempre un uomo che ha avuto le sue occasioni, che ha governato tanto e dappertutto, che rappresenta una realtà politica che non sa più parlare alla gente, manco la sua. 

Forse cambiare non è un dramma, come lamentano in gramaglie i giri intellettual chic che paventano orde di grillini a macchiare il ritratto della città ritrosa elegante e bella. Andatelo a dire alla Falchera, alle Vallette o intorno a quella casbah che è Porta Palazzo.  


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