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VISTA DA UN TORINESE/ Chiara Appendino: ieri la vittoria, oggi una domanda

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Chiara Appendino in campagna elettorale (Foto dal profilo FB di Chiara Appendino)  Chiara Appendino in campagna elettorale (Foto dal profilo FB di Chiara Appendino)

Da torinese che vive a Roma da vent'anni, in questa campagna elettorale mi sono chiesta più volte se non avrebbero potuto darci, come sindaco capitolino, chiunque fosse stato scartato a Torino o Milano: l'opzione mi sarebbe parsa comunque migliore di quella che ci toccava nelle urne. E' un pregiudizio, lo so: ma basta un giro per le grandi città del nord per capire la differenza di immagine, e pour cause di gestione. Forse. Non sono solita quando salgo farmi un giretto nelle periferie di Torino e Milano, che sono tristi e degradate e diserte tanto quanto quelle romane. Ancora più brutte, che almeno a Roma supplisce il cielo, e quel verde che s'inframmezza pure tra i suburbi. 

Dunque, i salotti buoni non ingannino: almeno per Torino, chi ha votato contro un potere consolidato da tempi immemori ha votato per esasperazione, per stanchezza di indifferenza e trascuratezza. Torino è una città europea: segnalata dal New York Times quest'anno tra le 52 magnifiche al mondo da visitare, unica tra le italiane. Bei musei, piazze, déhors, iniziative culturali a go go, l'immondizia non disturba la vista e l'olfatto, frotte di visitatori ammirano le luci d'artista natalizie come le manifestazioni internazionali, dal Salone del gusto a quello del libro. Una città rinata nonostante la Fiat, si racconta. 

Ma basta uscire dal quadrato romano per vivere un'altra storia: immigrazione selvaggia e abbandonata, al di là delle chiacchiere politically correct sull'accoglienza, e rovesciata sulle spalle di cittadini indigenti, che faticano a tirare avanti con le pensioni minime, e la disoccupazione giovanile che sfiora il 40%. Desolazione, sfruttata dall'assalto di centri sociali lasciati liberi di disturbare, ché la sinistra non usa i sistemi forti conto i compagni che sbagliano. Il sindaco (ex) si è giocato mezza città di cui non aveva forse contezza, quando nel faccia a faccia con la giovane pentastellata ha dichiarato di soprassalto che certa povertà nella sua città non c'è. Non quella degli slums di Benares o delle favelas di Rio, ma nemmeno lo status della Crocetta o della precollina, dove abitano i più raffinati sostenitori di quello che simpaticamente chiamano "filùra", fessura, per la sua esile stazza. Una brava persona, un uomo di ideali e passioni, che non sono le mie, ma di cui si riconosce unanimemente l'apertura, il rispetto, e l'amore sincero alla terra in cui è nato. Ma pur sempre un uomo che ha avuto le sue occasioni, che ha governato tanto e dappertutto, che rappresenta una realtà politica che non sa più parlare alla gente, manco la sua. 

Forse cambiare non è un dramma, come lamentano in gramaglie i giri intellettual chic che paventano orde di grillini a macchiare il ritratto della città ritrosa elegante e bella. Andatelo a dire alla Falchera, alle Vallette o intorno a quella casbah che è Porta Palazzo.  



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