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COMUNALI 2016/ Formica: sono elezioni sul governo ma Renzi lo nasconde, ecco perché

Per RINO FORMICA, le grandi città sono diventate delle incubatrici nelle quali covano insoddisfazione e ribellione: per questa disgregazione in atto il giudizio sarà sul governo del Paese

Matteo Renzi e Beppe Sala (Infophoto) Matteo Renzi e Beppe Sala (Infophoto)

ELEZIONI COMUNALI 2016. “Le grandi città sono diventate delle incubatrici nelle quali covano insoddisfazione, disaffezione e ribellione. Tutte le vecchie appartenenze basate su schemi sociali e orientamenti politici consolidati oggi sono andate in frantumi. Proprio per questa disgregazione in atto il giudizio alle elezioni comunali non è sui candidati sindaci, ma sul governo del Paese”. Lo evidenzia Rino Formica, ex ministro del Lavoro e per due volte ministro delle Finanze. Venerdì il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel giorno di chiusura della campagna elettorale ha cercato di gettare acqua sul fuoco: “Come abbiamo detto in tutte le salse non è un voto sul governo, ma sicuramente è molto importante per scegliere il futuro della propria città. Ci vogliono sindaci onesti, capaci di tappare le buche, ma anche di dare un orizzonte alle proprie comunità. Il Pd ha messo in campo molti candidati autorevoli”.

Chi ha più da perdere in queste elezioni comunali? Renzi, Salvini, Berlusconi o Grillo?

Non si tratta di vedere chi perde ma chi vince, cioè chi nel prossimo futuro imporrà un mutamento alle condizioni generali della nostra politica. Chi vincerà saranno gli astenuti. Renzi ha detto che queste elezioni non riguardano il governo ma soltanto i sindaci, ma non è così. Di qui a luglio o agosto gli italiani non si ricorderanno più chi è stato eletto sindaco, ma sulla base dei livelli di astensione e delle trasmigrazioni dei consensi cercheranno di capire quale sarà il futuro del Paese. Chiedersi quindi chi vince e chi perde tra i partiti politici in campo è una domanda che appartiene a schemi passati. Il fatto più indecifrabile e impressionante comunque è il fenomeno dell’astensionismo.

 

Dove andrà a incidere questo fenomeno?

Una volta si diceva che i signori votano tutti i giorni, i poveri una volta ogni cinque anni. Allora si capiva che la partecipazione al voto dei deboli e degli indifesi era molto più importante. Infatti le astensioni non erano nei ceti popolari, bensì in quelli benestanti. Il fenomeno nuovo cui assistiamo oggi è che nelle classi povere e nello stesso ceto medio c’è una disaffezione al voto. Viene così meno la base materiale che dovrebbe garantire solidità alla vita democratica, e ciò può portare a degli effetti imprevedibili.

 

Quale fase stanno attraversando gli attuali partiti?

All’interno delle forze politiche esistenti è in corso uno scontro per il ricambio delle guide interne. Questo vale per Pd, Forza Italia, M5s e per le stesse formazioni minori. C’è un esaurirsi delle guide politiche di questi ultimi 20 anni. All’interno di classi di partito più o meno disastrate, è in corso una ricerca di dirigenti o di guide nuove e soprattutto di orientamenti politici innovativi.

 

Quali tendenze emergeranno dalle grandi città?

Le città sono diventate delle grandi incubatrici nelle quali covano insoddisfazione, disaffezione e ribellione. Tutte le vecchie appartenenze basate su schemi sociali e orientamenti politici consolidati, oggi sono andate in frantumi.

 

Con quali conseguenze?


COMMENTI
04/06/2016 - Indubbiamente hanno significato politico eccome. (orazio bacci)

Di sicuro hanno un significato politico,anche se non vogliono farlo vedere le due piazze più importanti sono Roma e Milano e lì che si decide.