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REFERENDUM COSTITUZIONE/ Il giurista: rottama le regioni virtuose ed esalta il centralismo

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Vittadini nella parte finale dell'articolo apre però una speranza: questa parte della riforma, se passerà, potrà (e dovrà) essere corretta. Fatico, purtroppo, a condividere questo ottimismo, sia per ragioni tecniche che politiche.

Il nuovo Senato che — come ha metaforicamente descritto Michele Ainis — sarà ridotto alla stregua di una suocera inascoltata che dà consigli non richiesti, condivide eppure il massimo potere normativo dell'ordinamento: le leggi costituzionali sono infatti bicamerali. Quindi per tornare a cambiare la costituzione occorrerà la maggioranza del Senato, che però è eletto in modo proporzionale e con una distribuzione dei seggi tra le regioni tale che solo in caso di vittoria del Pd ci sarà una maggioranza omogenea nelle due Camere.

Tuttavia, siccome nemmeno De Gasperi (che per rispetto dell'Assemblea costituente non prendeva parte ai suoi lavori), una volta vinte le prime elezioni diede spazio al pluralismo istituzionale (e le Regioni rimasero congelate sulla Carta per vent'anni), sembra difficile ipotizzare una maggiore nobiltà istituzionale nel nuovo vincitore. Peraltro, anche volendo ipotizzare che si voglia cambiare, rimane la questione del blocco delle regioni speciali che, intoccate dalla riforma nei loro privilegi ingiustificati, sono in grado di fare fallire ogni tentativo di riforma. Il nuovo assetto quindi, con le sue verità impazzite, sembra proprio destinato, se verrà confermato a ottobre, a rimanere a lungo immutato. 

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COMMENTI
08/06/2016 - lafine del regionalismo (antonio petrina)

La brutta fine del nostro regionalismo (De Siervo) e l'effetto del federalismo fiscale delle regioni speciali, che sono dalla riforma boschi esentate, porterà degli effetti pregiudizievoli per il bilancio statale? (rischio ipotizzato dall'Indagine della Commissione parlamentare per le questioni regionali, 9 aprole 2015, prof. Lapecorella, pag 46 e seg.)