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REFERENDUM COSTITUZIONE/ Il giurista: rottama le regioni virtuose ed esalta il centralismo

Pubblicazione:mercoledì 8 giugno 2016 - Ultimo aggiornamento:giovedì 9 giugno 2016, 14.48

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Ho apprezzato il recente articolo di Giorgio Vittadini sui limiti che caratterizzano, nella parte di revisione del Titolo V, la riforma costituzionale sulla quale si voterà ad ottobre. Una lucida descrizione (l'esenzione totale delle regioni speciali, il depotenziamento del regionalismo differenziato, il rischio di un pervasivo centralismo) che ha colto nel segno ed evidenzia una ricetta inadeguata al ritorno all'efficienza della spesa pubblica.

In questi aspetti, del resto, la riforma costituzionale si pone in evidente antitesi con le conclusioni del recente rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà, Sussidiarietà e … spesa pubblica, che guardando con preoccupazione al "processo di ri-accentramento delle decisioni e delle finanze", suggerivano di "lasciare spazio a un decentramento differenziato, in cui maggiori competenze e risorse vengono attribuite a Regioni ed enti locali che dimostrano maggiori capacità amministrative" (pag. 13). E' peraltro vero che la riforma costituzionale del Titolo V del 2001 ha dimostrato tutto il suo fallimento, danneggiando gravemente soprattutto il Sud con la sua logica egualitaria che ha assegnato un esagerato livello di autonomia anche a realtà che invece andavano — mi si permetta la semplificazione — commissariate.

E' altrettanto vero che era necessario superare l'ormai obsoleto bicameralismo paritario e perfetto, in modo da semplificare il procedimento legislativo ed evitare quell'instabilità dei governi che, soprattutto a partire dalla seconda repubblica (quando alla continuità di linea politica comunque garantita nella prima, si è sostituito il bipolarismo manicheo della seconda), ha lacerato il Paese e impedito ogni serio processo di riforma. Mi è stato però insegnato che l'errore è una verità impazzita. E di verità impazzite questa riforma costituzionale ne contiene molte, che si evidenziano confrontandola con la proposta elaborata dai saggi nominati dal Governo Letta, istituita l'11 giugno 2013, che a mio avviso ha rappresentato, per qualità dei componenti e capacità di lavoro bipartisan, uno dei pochi momenti alti nella storia delle istituzioni degli ultimi anni.

I lavori di quella Commissione sono documentati nel volume Una democrazia migliore, edito dalla Presidenza del Consiglio, che ne riporta anche la relazione finale. Questa, ad esempio, riguardo alla legge elettorale (perché anche su questo tema essa è intervenuta) prevedeva, nel secondo turno, l'attribuzione del premio di maggioranza alla "coalizione" e non alla lista più votata, come invece pretende l'Italicum, forzando così l'effetto maggioritario con conseguenze poco rassicuranti in termini di tenuta democratica. Evidenziava poi l'esigenza della ricostruzione "di un rapporto di fiducia e di responsabilità tra elettori ed eletti", che l'Italicum, tra cento capolista bloccati e candidature multiple, certo non garantisce.

Ma è soprattutto sulla riforma del Titolo V che gli accenti divergono fino a determinare esiti profondamente diversi.


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COMMENTI
08/06/2016 - lafine del regionalismo (antonio petrina)

La brutta fine del nostro regionalismo (De Siervo) e l'effetto del federalismo fiscale delle regioni speciali, che sono dalla riforma boschi esentate, porterà degli effetti pregiudizievoli per il bilancio statale? (rischio ipotizzato dall'Indagine della Commissione parlamentare per le questioni regionali, 9 aprole 2015, prof. Lapecorella, pag 46 e seg.)