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SCENARIO/ D'Alema e le banche tedesche "preparano" il governo Padoan

Massimo D'Alema con Pier Carlo Padoan (LaPresse) Massimo D'Alema con Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Un sussulto di patriottismo per le riforme costituzionali da parte di quella che un tempo Giorgio Amendola chiamava "borghesia stracciona" e che veniva così definita anche da qualche grande banchiere di un'altra Italia.
Il problema vero di Renzi è che sembra veramente arrivato al capolinea. Perché ci si può contrabbandare per "rottamatore", si può promettere per qualche tempo, si può anche infischiarsene del partito perché la sinistra in Europa, anche quella democratica e riformista mai popolare in Italia, è ormai come una polverosa canzone degli anni venti del Novecento. Ma non si può spaccare persino la base dell'ultima piattaforma su cui si è costruito una specie di partito postcomunista e post-cattocomunista.
A parte i cataclismi che prevede Confindustria, il fronte del "no" adesso registra una novità di valenza politica non secondaria.
A capo del "no" non c'è più solo il comitato dei professori e dei costituzionalisti attempati, non c'è solo la sinistra generica e raffazzonata, il grillismo parolaio, ma un protagonista, discusso e discutibile, ma pur sempre un leader di ben altra consistenza politica: Massimo D'Alema.
Non saremo certo noi a difendere un protagonista della "seconda repubblica" che ha avuto gravi responsabilità e non solo sui "capitani coraggiosi". Ma occorre cogliere il significato di una discesa in campo così "rumorosa" di un personaggio che ha collegamenti non solo di carattere nazionale e che può rappresentare il punto di riferimento di un'Italia scontenta e delusa da una crisi che dura da nove anni ininterrottamente.
E' come se si fosse arrivati, con questo referendum tanto "sbandierato" fino a qualche tempo fa da Renzi, a una sorta di redde rationem tra scelte politiche a livello nazionale e internazionale.
Molti hanno notato in questi giorni dei toni più soft di Renzi, anche sul suo famoso "abbandono" dalla vita politica. Forse il problema non è solamente bancario, ma più generalmente politico.
In effetti le scadenze di autunno sono tante, forse anche troppe. Mentre qualcuno immaginava nuovi referendum sulla Brexit, bisogna andare a referendum in Austria e in Ungheria, occorre vedere che consistenza assume in Germania l'anti-sistema di destra, bisogna constatare che cosa succede al di là dell'Atlantico, nello scontro tra la signora Clinton e Donald Trump.
Due giorni prima di quell'8 novembre americano, si dovrebbe votare per il nostro referendum costituzionale. E' tutto troppo complicato e, magari, qualche cosa sarà già aggiustato da diverse mani, oppure si tenterà di aggiustarlo.
Tuttavia, se si incrociano le sofferenze bancarie europee, i possibili compromessi, l'ennesima delusione di crescite ritardate o rinviate, la possibile vittoria del "no", ci si può aspettare, prima che si arrivi alle elezioni francesi dell'anno venturo, anche a un possibile governo di transizione italiano (magari rassicurante per gli europei) targato Pier Carlo Padoan e poi la svolta europea vera. Quella di un'Europa con doppio euro o a doppia velocità.

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