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Politica

REFERENDUM/ Flick: Mattarella può sciogliere le camere anche se vince il No

Risulta archiviata la questione dello spacchettamento del quesito referendario, ma non i numerosi problemi della riforma. Italicum compreso. GIOVANNI MARIA FLICK

Sergio Mattarella con Piero Grasso e Paolo Grossi (LaPresse)Sergio Mattarella con Piero Grasso e Paolo Grossi (LaPresse)

Il comitato del Sì alle riforme sottoposte a referendum ha presentato in Cassazione più firme del necessario, mentre il No le ha presentate ugualmente, senza raggiungere la soglia delle 500mila previste; non cambia molto, perché il referendum ugualmente si terrà e la sfida è solo rimandata. Risulta archiviata, a quanto pare, anche la questione dello spacchettamento del quesito referendario (il termine scadeva alle 19 di ieri, per presentare la richiesta servivano le firme di un quinto dei deputati, 126, o dei senatori, 66). Resta però intatto il nodo politico rappresentato dall'ipotesi di suddivisione del quesito: rinviare il referendum per guadagnare il tempo necessario a modificare l'Italicum, che Renzi difende ancora a spada tratta, non si sa con quanta sincerità. Ne abbiamo parlato con Giovanni Maria Flick, magistrato e penalista, ministro della Giustizia nel governo Prodi I e presidente della Consulta nel 2008-2009. "Temo — spiega Flick — gli effetti di una riforma costituzionale che a mio avviso contiene molti errori e potrebbe produrre molti inconvenienti, cosa sulla quale si è discusso molto poco".

Professore, in molti vorrebbero rinviare il referendum, forse anche lo stesso Renzi, temendo di perderlo.
Sarebbe forse più facile ottenere di rinviarlo se ci fosse uno scioglimento delle Camere. Se ciò avvenisse, probabilmente qualcuno invocherebbe lo slittamento del referendum all'anno successivo per analogia con la disciplina degli altri referendum.

Intende con la disciplina dei referendum abrogativi?
Sì, proprio quelli.

Ora però ci interessa quello costituzionale, professore.
Lo so bene. Facciamo una premessa. Il referendum confermativo o costituzionale è poco disciplinato, e perciò soggetto ad interpretazioni contrastanti. In una di queste, minoritaria, vi è la tendenza a trasferire sul referendum costituzionale regole e criteri dettati per il referendum abrogativo, che però è una cosa molto diversa.

Non crede che il quesito del referendum sulla legge costituzionale assommi cose troppo diverse?
Stavo appunto dicendo questo: che il problema che lei ha posto, quello dell'omogeneità del quesito referendario, è nato per il referendum abrogativo. Gli interventi manipolativi della Corte costituzionale sul quesito referendario sono tutti storicamente legati al referendum abrogativo. Qualcuno, come dicevo, sostiene che per analogia si possano o addirittura si debbano trasferire anche al referendum costituzionale; ma è un'interpretazione minoritaria.

Ma è fondata o no?
A mio mio avviso, o meglio ad avviso della maggior parte della dottrina, no. In prevalenza si ritiene che nel referendum costituzionale il quesito sia predeterminato e che come tale non possa essere toccato.

"Predeterminato"?
Sì, perché espressione della volontà del parlamento. Il parlamento delibera una legge costituzionale e il popolo, se non viene raggiunta una certa maggioranza parlamentare (dei due terzi, ndr), deve decidere se accettarla oppure no. Secondo la dottrina prevalente — e a mio avviso anche secondo la logica — questo significa che non si può intervenire su quel quesito modificandolo, frammentandolo o frazionandolo. Qualcun altro, ripeto, sostiene che questo sarebbe possibile.

Ci può spiegare meglio la sua posizione?