BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

BANGLADESH E BREXIT/ Così il terrore approfitta dell'incertezza

Nel giro di 100 ore avvengono due attentati mostruosi: l'attacco dell'Isis all'aeroporto di Istanbul e la carneficina a Dacca. Dov'è finito l'ordine mondiale? GIANLUIGI DA ROLD

LaPresse LaPresse

Nel giro di 100 ore avvengono due attentati tragici, mostruosi: difficile trovare gli aggettivi adatti. La sera del 28 giugno, l'aeroporto di Istanbul viene preso d'assalto da almeno sette terroristi dell'Isis. La sera del 1° luglio, altri sette terroristi, o non si sa quanti ancora esattamente, assaltano un ristorante nel quartiere delle ambasciate e della residenza occidentale nel Bangladesh, l'antico Bengala, a Dacca.
Decine di morti e di feriti, un macabro conto mensile e il dolore bruciante che nella lontana Dacca, ci siano nove italiani, uccisi con indicibile crudeltà perché "non conoscevano il Corano". Un rito blasfemo e osceno, degno di una guerra senza quartiere e senza neppure le più elementari regole da rispettare, che pure la guerra, quella vera e tradizionale, aveva in qualche modo stabilito.
Adesso, con analisi anche corrette, arriva la razionalizzazione dell'impennata terroristica, della risposta dello stato islamico o del "concorrente" Al Qaeda, in seguito alle sconfitte sul terreno nella guerra più convenzionale che si svolge tra Iraq, Siria e altri posti del martoriato Medio Oriente, con azioni e raid terroristici alle porte o nel cuore del mondo occidentale.
Il Bangladesh, l'antico Bengala indiano, è un territorio solcato da quaranta fiumi, che spesso interrompono le vecchie strade lasciate dagli inglesi e si devono usare continuamente enormi chiatte per continuare il viaggio verso sud, verso la Birmania, passando da città come Cox Bazar, terra conquistata a sciabolate dal capitano Cox con altri pochi britannici avventurosi contro alcuni sparuti indigeni, tigri e serpenti. Dacca, già alla metà degli anni Ottanta, contava quasi venti milioni di abitanti, ma nessuno lo sapeva ed è difficile che se ne sappia adesso il numero esatto, perché l'anagrafe in quei posti è stata sempre un optional. In quell'infernale crogiolo di umanità, la predicazione terrorista è di una facilità disarmante.
Anche se i bengalini o bengalesi, prima nell'India imperiale inglese, poi nel Pakistan, poi come stato indipendente sono, nella stragrande maggioranza, sempre stati grandi lavoratori di religione musulmana abbastanza laica. Persone intraprendenti che, con i tempi giusti, sarebbero arrivate a uno sviluppo tranquillo e sicuro. Invece anche il Bangladesh deve seguire i ritmi della globalizzazione forzata. Ormai i tempi sono dettati dal modello che ha fatto diventare la Cina una potenza comunista e capitalista allo steso tempo, una sorta di ircocervo che alla fine esploderà inevitabilmente, oltre a essere già adesso una cloaca inquinata. Quindi il piccolo Bangladesh si adegui con tutte le sue intrinseche debolezze.
Per carità, la globalizzazione è un processo giusto e inevitabile, ma verrebbe voglia di ripetere concetti ormai antichi: la storia ha tempi e scadenze che vanno rispettati, altrimenti si rischia di esserne travolti. Qui non vogliamo ripetere la storia delle crociate o risalire alle responsabilità di Pietro l'Eremita e neppure guardare le tappe contraddittorie della colonizzazione e della decolonizzazione, per condire l'argomento con i "sentito dire".