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ITALEXIT?/ Il referendum in Italia non si può fare: ecco perché

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In Italia, in particolare, l'impatto era stato e avrebbe continuato ad essere particolarmente forte, poiché venivano meno le istituzioni della cosiddetta "economia mista" che si era sviluppata a partire dalle disposizioni della Carta costituzionale del 1948, secondo l'interpretazione affermatasi. 

È ben noto, infatti, che già l'Atto Unico incideva in modo radicale sugli strumenti di governo pubblico dell'economia, quali la moneta e il controllo della liquidità, il tasso di cambio, il tasso di sconto, la leva fiscale e ciò in forza della decisione, definitivamente assunta ratificando tale Trattato, di aprire completamente il sistema statale al mercato, liberalizzando anche i capitali e i servizi finanziari.

Doveva trattarsi di un passaggio preparatorio alla costituzione dell'unione monetaria e, poi, di quella politica: tappe essenziali affinché l'integrazione comunitaria potesse compiersi in condizioni di effettiva parità, come richiesto dall'art. 11 della Costituzione.

Diversamente — come aveva già acutamente avvertito Giuseppe Guarino — gli Stati (e, quindi, le loro collettività) sarebbero rimasti a fluttuare in concorrenza tra loro, con la conseguenza che, in luogo di un nuovo assetto politico corrispondente (e coerente) con il conferimento di quote di sovranità nazionale, si sarebbe creata una sorta di "lega egemonica": la differenza di condizioni di partenza al momento della fondazione del mercato unico, infatti, avrebbe consentito ai Paesi con ordinamenti più conformi ai suoi principi giuridico-economici di condizionarlo e di condizionare altresì gli altri Paesi, le cui limitazioni di sovranità si sarebbero quindi convertite in cessioni a favore dei primi.

Uno scenario complesso e delicatissimo, in considerazione del quale si decise, con una dose forse eccessiva di ottimismo e di fiducia nei "consoci" europei, che la garanzia del perfezionamento dell'unificazione politica potesse essere costituita dal conferimento di un "mandato costituente" ai parlamentari europei eletti dagli italiani, affinché e sull'assunto che il Parlamento europeo — che con propria risoluzione aveva auspicato il coinvolgimento delle collettività — procedesse direttamente alla redazione di un progetto di costituzione europea da sottoporre alla ratifica dei competenti organi degli Stati membri della Comunità.

Se per un verso tale determinazione portava per la prima volta direttamente il popolo italiano — che vi corrispose entusiasticamente (votò l'80,68 per cento degli aventi diritto e prevalse la risposta affermativa con la schiacciante maggioranza dell'88,03 per cento) — sul proscenio degli affari internazionali, per altro verso gli effetti che ne seguirono furono tutt'altro che conformi alla direttiva espressa dal corpo elettorale.

Aveva ragione il professor Antonio La Pergola, all'epoca ministro per le politiche comunitarie, quando affermava che il referendum, ove approvato, avrebbe posto "implicitamente, una norma che adatta in anticipo il nostro ordinamento all'eventuale trasformazione della Comunità configurata dal Trattato di Roma in unione politica, in un sistema federale di Stati": ma l'effetto di approvazione ex ante, a livello costituzionale, delle modifiche all'ordinamento comunitario e, più in particolare, del passaggio dei cittadini — per proseguire con le parole del ministro — "da una sfera all'altra di autorità sovrane: nel nostro caso, da un sistema che lascia sopravvivere la sovranità degli Stati membri ad una vera e propria sovranazione" si sarebbe verificato anche a prescindere dall'avverarsi delle condizioni indicate nel quesito referendario (ossia la provenienza dell'iniziativa della revisione del Trattato e la redazione della costituzione europea da parte del Parlamento di Strasburgo). 



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