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Politica

ITALEXIT?/ Il referendum in Italia non si può fare: ecco perché

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Successivamente, com'è noto, non si è giunti ad alcuna unificazione politica, né è stata approvata una costituzione europea, men che mai con una forma di governo parlamentare: si addivenne, viceversa, alla conclusione del Trattato di Maastricht in sede intergovernativa, che, invece di istituire l'unione politica, avrebbe dato avvio, per dirla con Guarino, a quel "sistema robotizzato eterodiretto" le cui conseguenze negative continuano ancor oggi, aggravate, a prodursi.

In altri termini, invece di "diffondere la coscienza europeistica con un salutare contagio degli altri popoli e degli altri Governi" e di acquisire una "condizione di vantaggio nel momento in cui maturassero le condizioni per negoziare un nuovo Trattato di Unione" — sono sempre parole del Ministro La Pergola — l'essere stata "la sola e comunque la prima nazione ad avere modificato in anticipo la propria Costituzione in vista di questo storico traguardo" ha posto l'Italia in una condizione di (autoinflitta) disparità rispetto agli altri Stati europei e, in definitiva, di ulteriore debolezza nei loro confronti, anche per quanto attiene alle garanzie democratiche.

Ed infatti, per un paradosso che merita di essere rimeditato, laddove altri Paesi (per tutti, la Francia) per ratificare il Trattato di Maastricht fecero ricorso al referendum, in Italia si procedette con legge ordinaria, nonostante il formidabile impatto modificativo sulle strutture costituzionali, che aveva indotto un nostro insigne giurista, Paolo Barile, a suggerire il ricorso — in sede di esecuzione — alla legge costituzionale.

Aveva quindi ragione chi, in sede di esame parlamentare della legge di indizione del referendum, esprimeva motivate perplessità su un'iniziativa che rischiava di essere e che in sostanza fu di "spoliazione politica". 

E vale la pena di segnalare, per la particolare lucidità, almeno gli interventi di Silvano Labriola e di Giulio Andreotti.

Il primo mise in guardia dai pericoli — tanto politici, quanto giuridici — scaturenti dal ricorso ad una legge costituzionale per provvedere ad un'unica consultazione referendaria e dall'evocazione di un mandato costituente, rammentando che allora (come oggi, del resto) vi era "un importante gruppo di Stati (che ha un grande peso all'interno della CEE) che è assolutamente contrario a favorire, sia pure indirettamente, la base politica del processo di unificazione europea". L'Italia, per il rilievo che assume nel "concerto di opinioni non dello stesso segno", non avrebbe dovuto attestarsi "sotto la riga della tensione", ma neppure "molto al di sopra di questa riga": sarebbe stato quindi più prudente (e più realisticamente conforme agli auspici unificatori) percorrere la via della legge ordinaria, a suo avviso ammissibile e sufficiente per munire "di un buon passaporto politico il rappresentante italiano eletto al Parlamento europeo". E d'altra parte — osservava ancora Labriola — "parlare di mandato costituente per trasformare un processo pattizio in un processo di autoproclamazione di uno Stato significa scherzare col fuoco, sia nel diritto interno sia nel diritto esterno": l'enfasi si colora di pericoloso velleitarismo, quando si consideri che, ove, com'è poi accaduto, i parlamentari europei degli altri Paesi non avessero avuto pari mandato e, comunque, non avessero concordato nel proposito costituente, i nostri rappresentanti non avrebbero potuto fare alcunché.