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ITALEXIT?/ Il referendum in Italia non si può fare: ecco perché

Pubblicazione:lunedì 4 luglio 2016

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Nel dibattito italiano innescato dall'esito della Brexit è stato rievocato il referendum italiano del 1989, che costituirebbe, secondo autorevoli opinioni, un modello ripetibile da noi per un'eventuale decisione di recesso dall'Unione Europea: occorrerebbe e sarebbe sufficiente approvare — come si fece allora — una legge costituzionale che consenta al corpo elettorale di pronunciarsi a tal proposito, perché la Costituzione vigente esclude dai possibili oggetti del referendum abrogativo proprio le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, quelle, per intenderci, che, dal 1957 in poi, hanno via via segnato le tappe del processo di integrazione comunitaria. 

E d'altra parte — si aggiunge — la riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati ad esprimerci, ancora una volta con un referendum, contiene proprio una disposizione (art. 71, ult. co.) che attribuisce alla legge costituzionale il compito di stabilire "condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d'indirizzo" (salva però la necessità che una legge ordinaria bicamerale detti le modalità di attuazione, con immaginabili effetti di dilazione nell'attuazione dell'istituto...). 

Sembra dunque che anche gli italiani abbiano a portata di mano lo strumento per svincolarsi dalle "pastoie" europee: un mezzo schiettamente conforme alla (comprensibile) rivendicazione di democraticità alla quale, dopo anni di relazioni sostanzialmente intergovernative, ci si richiama da più parti, sotto la pressione di una evidente crisi nel funzionamento dell'Unione Europea, a dispetto del Trattato che dovrebbe garantirlo.

Ma per poter apprezzare compiutamente senso e limiti della rievocazione del referendum svoltosi nel fatidico 1989, conviene riferire qualche dato che ne contestualizzi il significato e il (mancato) portato effettuale, anche al di là del mero meccanismo giuridico, che pure suscitò un interessantissimo dibattito in sede parlamentare.

E conviene segnalare, in primo luogo, che è dubbio si trattasse di un referendum propositivo, consultivo o di indirizzo: nella relazione al ddl costituzionale che ne disponeva la celebrazione (di iniziativa parlamentare, tra i cui primi firmatari figurava Giorgio Napolitano), si parlò di natura istituzionale, di modifica costituzionale che approssimava la consultazione a quella del 2 giugno 1946, "piuttosto che a qualsiasi altro referendum". 

In effetti, il quesito, nella versione definitiva di cui alla legge costituzionale 2/1989, significativamente rubricata "Indizione di un referendum di indirizzo sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo che sarà eletto nel 1989", era così formulato: "Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?". 

La qualificazione trovò ampio, puntuale consenso negli interventi in aula, sia alla Camera che al Senato: si ritenne che il nostro Paese si trovasse ad un tornante essenziale, caratterizzato dall'incalzante internazionalizzazione dell'economia e dall'accelerazione impressa al "cammino comunitario" dall'Atto Unico Europeo, che, in vista della costituzione del mercato unico e della sua affermazione quale principio istituzionale dominante, sottraeva agli Stati alcune essenziali prerogative della sovranità economica e, pertanto, della sovranità tout court


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