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SPILLO/ La tattica di Renzi dietro la bufala dei 500 milioni ai poveri

Matteo Renzi (LaPresse) Matteo Renzi (LaPresse)

In realtà, la battuta sui poveri - per infelice che sia stata - va letta nel quadro del riposizionamento che il premier si sta dando in vista di un referendum dall’esito chiaramente incerto che però, nei mesi scorsi, in preda a un’euforia egotica che solo la batosta delle elezioni amministrative perse malamente dal Pd ha moderato, Renzi aveva cavalcato come la sua sfida decisiva: “O lo vinco o me ne vado”, aveva ripetuto in mille salse. Probabilmente temendo di non vincere, e non essendo poi così convinto di dover nel caso lasciare, Renzi ha detto, finalmente, che anche lui ha sbagliato qualcosa: “ho sbagliato a dare dei messaggi, questo referendum non è il mio referendum, perché questa riforma ha un padre che si chiama Giorgio Napolitano. Ho fatto un errore a personalizzare troppo, bisogna dire agli italiani che non è la riforma di una persona, ma la riforma che serve all’Italia”.

E ai poveri italiani, sappiamo ora. A 200 mila dei quali, peraltro, il governo - parola, in questo caso, del ministro Poletti - si è impegnato già due mesi fa a distribuire l’anno prossimo 320 euro al mese: meglio che niente! A condizione che i beneficiati si impegnino a seguire una serie di progetti mirati all’inserimento nel mondo del lavoro.

Secondo la Caritas - che se ne intende - il bilancio del governo Renzi non è peggiore di quello dei governi precedenti, sulla lotta alla povertà, ma l’esecutivo “ha seguito una linea di sostanziale continuità con quelli che l’hanno preceduto: non ha, in altre parole, realizzato interventi significativi”. Li realizzi, dunque: ma a prescindere dall’esito del referendum, per favore.

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