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FANTA-POLITICA?/ L'intesa Renzi-Parisi per le riforme (e il "grande centro")

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Matteo Renzi aveva solo 5 anni quando nell’autunno del 1980 il grande John Lennon regalava al mondo “Beautiful boy”, una delle sue canzoni più celebri. “La vita è qualcosa che succede mentre sei occupato a fare altri progetti” cantava l’ex Beatle raccontando l’evento che gli stava cambiando la vita, la nascita del suo secondogenito Sean.

Trentasei anni dopo, mancano poco meno di tre mesi a quell’autunno in cui Renzi si gioca molto del suo futuro politico: gli italiani, attraverso petizione referendaria, si pronunceranno sulla discussa riforma costituzionale, non avendo questa avuto il sostegno dei 2/3 dei componenti in ciascuno dei due rami del Parlamento. Ed è evidente che, oltre il tentativo di spersonalizzare il referendum, le energie del premier siano tutte incanalate in funzione della vittoria del Sì.

Nessuno si aspettava però che il quadro politico mutasse al punto tale che l’emergente leader dello schieramento di centrodestra, Stefano Parisi, avanzasse una proposta in grado di provocare qualche ripensamento allo stesso Matteo Renzi. In pochi mesi, Parisi è riuscito nell’impresa di coagulare attorno alla sua persona il supporto di Berlusconi e di buona parte del centrodestra, tanto da arrivare a insidiare fino all’ultimo la vittoria di Giuseppe Sala a Milano, che all’inizio della campagna elettorale pareva una formalità. Parisi è uomo di indubbia statura e di grandi capacità, la sua esperienza istituzionale racconta di una storia caratterizzata da sostanza e innovazione continua. Renzi ne ha molto rispetto, tanto che non è rimasto indifferente alla sua proposta di Assemblea Costituente.

Il governo attraversa un evidente momento di difficoltà: ripresa debole, deflazione, crescita del debito, export e produzione industriale in calo. Il rischio, che il premier non sottovaluta, è quello di subire il voto contrario degli scontenti, che giorno dopo giorno sembrano crescere, e - se non di perdere - di vincere per il rotto della cuffia. E poi?

La proposta di Parisi - al netto delle incognite - potrebbe essere una via alternativa in prospettiva interessante per più di un motivo. Innanzitutto, la Costituente permetterebbe di intervenire in quei punti della riforma che - pur nascendo sotto le migliori e più condivisibili intenzioni del legislatore, in particolare la semplificazione e l’abolizione del bicameralismo perfetto - di fatto celano qualche ombra, soprattutto per via di un iter legislativo non lineare.

In secondo luogo, un’intesa col centrodestra di Parisi potrebbe portare anche a un nuovo equilibrio politico, visto che l’esecutivo è sempre più stretto nella morsa dei 5 stelle, degli scontenti Pd e del centrodestra a trazione Brunetta-Salvini: da subito Parisi ha detto che non c’è spazio nel suo schieramento per toni lepenisti, cosa a cui è seguito il “Salvini capirà” di Maroni e, soprattutto, il tour di Umberto Bossi che sta intervenendo a tutte le feste della Lega per portare il suo endorsement a Parisi e per sottolineare il fallimento della linea Salvini (si veda anche la recente intervista al Corriere della Sera in cui il Senatur dice “Salvini non ha preso voti”). L’enigma più grande, da questo punto di vista, resta il consenso del M5S, soprattutto perché resiste e non è facilmente misurabile.



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