BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

1946-2016/ Amato: torniamo alla Costituente e a "Ladri di biciclette"

Pubblicazione:

Giuliano Amato (LaPresse)  Giuliano Amato (LaPresse)

Non solo, come tendiamo a dire oggi, per le virtù degli uomini di allora. Ma proprio perché a fronteggiarsi non erano l'ideologia del mercato contro quella del comunismo, tout court. Vi erano in effetti una cultura cattolica e una cultura di sinistra che avevano idee profondamente diverse sull'assetto finale della società, ma erano improntate entrambe al solidarismo e al ruolo delle formazioni intermedie. Fu questo a facilitare l’incontro.

Per questo, lei dice, l'incontro avvenne sul terreno dell'economia solidale?
Sì. Lo stesso che in Germania si chiamava economia sociale di mercato. La nostra repubblica nacque su questa base, e questo fu importante nell'avviare in modo fiducioso l'opera degli italiani.

Allora i partiti non facevano solo politica, trasmettevano anche una cultura. E oggi?
Tra allora e oggi la differenza è enorme. Basti pensare a cosa voleva dire in politica, ma non solo, "noi" e "loro". Noi democristiani, noi comunisti, noi socialisti; loro erano, simmetricamente, quelli degli altri partiti. Quel "noi" era uno spaccato di società che andava da De Gasperi all'ultimo militante democristiano. E oggi? "Noi" indica quelli che sono fuori dal palazzo; "noi" cittadini che manteniamo i "loro" privilegi, i privilegi di quelli che stanno nel palazzo.

Siamo nell'antipolitica?
No, siamo nell'ambito dell'osservazione della realtà. Soltanto i movimenti nati dalla protesta contro i "loro" del palazzo stanno in qualche modo ricreando un "noi" che va dall'alto in basso. L'antipolitica non è un prodotto di importazione, è il frutto di una malattia interna della democrazia; ed è comunque espressiva di una reazione dell'organismo sociale alla malattia. E in un contesto non sano assume anch'essa caratteri patologici… ma nella mia relazione non andrò su questo.

Quali sono le grandi trasformazioni successive nel costume della nostra società?
Quella avvenuta dopo gli anni sessanta, che ha portato all'affermazione di giusti diritti individuali, in un contesto che per mille ragioni ha tuttavia fortemente sviluppato un'identità individualista e cancellato la solidarietà, e attraverso la tecnologia ha poi portato l'individuo addirittura alle colonne d'Ercole dove — come ha scritto Habermas — poteva recitare la parte di Dio, dando o negando la vita e la morte. E poi la seconda grande trasformazione è quella che vediamo sotto i nostri occhi, che ci ha portato a vivere una nuova Babele, in cui gli "altri" sono tra di noi.

Come la interrogano questi fenomeni, queste crisi?
Cos'ha aiutato gli italiani, mi sono chiesto, a farsi carico di trasformazioni così grandi da averli resi arbitri di destini che non sapevano neanche decifrare? la mia convinzione – e non solo la mia — è che la cultura letteraria e artistica, salvo eccezioni, ci abbia in realtà lasciati soli, e che ci abbiano dato molto più aiuto quei sociologi e filosofi, quegli scienziati, quei giuristi attraverso le corti, che si sono posti realmente davanti ai problemi che il nuovo tempo imponeva.

Cioè hanno letto meglio il presente.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >