BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SCENARIO/ Moavero: l'Europa al bivio tra "accordicchi" e fallimento

LaPresse LaPresse

L'Europa spesso è sguarnita. Mentre sul piano dell'economia ha una sua scatola con tanti utensili, che forse ha usato male o in tempi troppo lunghi; di fronte alle migrazioni ne ha pochi e dovrebbe mettersi subito a legiferare per dotarsene. Sul piano, poi, delle guerre e del terrorismo, è ancor meno attrezzata; le regole comuni sono generiche.

Tradotto, professore?
Non si legifera solo attraverso il Parlamento Europeo, servono accordi tra governi nazionali e latitano. Certo, esiste l'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune: ma assorda il suo silenzio operativo di fronte alle tragedie quotidiane, fatti salvi alcuni appelli. Ecco un istituto che dà l'idea di un'Europa inadeguata.

C'è pochissima Europa...
C'è pochissima Europa laddove non ci sono norme comuni europee. L'Unione vive di competenze delegate, se non le sono attribuite non può fare nulla. C'è una responsabilità degli Stati europei, che non trovano gli accordi necessari ad attivare strumenti più efficaci e a dotarsi di quelli necessari.

Dovremmo rottamare ciò che resta delle sovranità nazionali?
Qui arriviamo al punto: ma il problema è più politico che istituzionale. Sono le azioni concrete dei padri dell'Europa — Adenauer, De Gasperi, Schuman, Monnet, Spaak — che hanno innescato lo storico processo d'integrazione europea; nei risultati reali, hanno valso molto di più delle pur ammirevoli intenzioni di chi immaginava subito gli "Stati Uniti d'Europa". Una realizzazione enorme, impressionante, iniziata appena cinque anni dopo una guerra totale. La lungimiranza politica di queste personalità, trasferita all'oggi, risponderebbe alla sua domanda. Ma lei vede in giro leader di quella tempra?

Non proprio. Cosa farebbero?
Scelte concrete che vanno nella direzione di ciò che serve e rapidamente: una stretta collaborazione in nuovi campi; una "Fbi" europea e forze di sicurezza comuni; un bilancio dell'Ue che renda possibile una significativa spesa "federale", per creare crescita e lavoro, tutelare il risparmio, alleviando i conti pubblici nazionali. Bisogna ispirarsi al grande coraggio che ebbe chi costituì la Ceca: una cosa rivoluzionaria, se si pensa che le due guerre mondiali erano scoppiate anche per controllare le miniere e le industrie del carbone, del ferro e dell'acciaio.

La carta di identità politica di quei leader?
I padri dell'Europa reale avevano molto in comune: erano quasi tutti politici di partiti cattolici, condividevano la visione universalista, che superava le frontiere; erano dei politici realisti, costruivano la pace e la solidarietà fra i popoli, un'economia sociale di mercato. Hanno avuto il coraggio e la capacità di indicare la strada in parlamenti divisi e con l'opinione pubblica perlopiù scettica. Oggi abbiamo leader che badano prevalentemente all'interesse nazionale e incolpano l'Europa, nominandola in terza persona, quasi per far dimenticare che loro stessi ne sono parte integrante e determinante. Così, i leader sono diventati dei follower, proprio nel senso social che si intende oggi: decidono in base ai like, ai favori dei sondaggi preventivi.

Quale scenario vede?