BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

1946-2016/ Giovagnoli: il genio della Repubblica? E' orfano di una "presenza originale"

LaPresse LaPresse

In precedenza Ambrogio rappresentò qualcosa di simile a Milano. Prima che scoppiasse il dissidio tra Chiesa e Stato nel 1861, la primavera italiana del 1848 fu animata da preti e credenti convinti sostenitori del disegno neoguelfo. Tra il 1943 e il 1945, il crollo del fascismo e il discredito della monarchia resero Pio XII l'unico riferimento vero per una nazione allo sbando. L'Italia post-bellica è rinata perché la Chiesa ha garantito per lei sul piano internazionale. E se il "genio della Repubblica" è stato l'incontro con l'altro, come appare evidente, non c'è dubbio che abbia avuto profonde radici cristiane. L'incontro con l'altro, infatti, o è disinteressato o non è, e solo nel Vangelo si legge: "Amate i vostri nemici". Può sembrare strano accostare il Vangelo alla storia della Repubblica che, come tante altre vicende politico-statuali coeve, è stata anzitutto storia di lotta per il potere tra diversi leaders o partiti o di forti interessi economici o di violenti conflitti sociali, eccetera. Nel caso italiano è stata anche storia di terrorismo, di corruzione, di mafia e di razzismo.
Insomma, molto spesso è stata una storia modesta o peggio fatta da uomini e donne mediocri o peggio. Ma qualunque costruzione politico-istituzionale ha bisogno di qualcosa di più profondo e di più sostanziale per nascere, per sopravvivere e per non morire. La Repubblica italiana non fa eccezione.
C'è poi una seconda questione scomoda da affrontare se si crede che valga la pena di dare un futuro all'Italia. Riguarda la parabola di questo settantennio, che è stata sorretta da un comune slancio ricostruttivo e sostanzialmente positiva fino agli anni settanta. Poi qualcosa ha smesso di funzionare, è iniziata una crisi che prima si è sviluppata silenziosamente, poi è esplosa fragorosamente nel '92-'94 e infine si è trascinata per un ventennio. La seconda repubblica non è stata una stagione felice, ma già prima qualcosa aveva smesso di funzionare. Sui giovani di oggi pesa un fardello che non sono stati certo loro a creare, ma di cui si devono assumere la responsabilità. Le ferite della storia possono essere guarite solo dalla carità e la virtù dell'autocritica è spesso necessaria. Da molto tempo i cattolici sono ai margini della politica e fin dagli anni settanta hanno vissuto al loro interno dure contrapposizioni. Citando don Giussani, don Carrón ha messo bene a fuoco il problema di molti di loro in quegli anni: abbiamo "accettato lo stesso campo di gioco di coloro che ci criticavano" e "alla fine siamo stati una presenza reattiva quando avremmo dovuto essere una presenza originale".

© Riproduzione Riservata.