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1946-2016/ Giovagnoli: il genio della Repubblica? E' orfano di una "presenza originale"

Mentre si celebrano i settant'anni della Repubblica italiana viene anche da chiedersi se l'Italia possa avere un futuro. Stessa domanda vale anche per l'Europa. di AGOSTINO GIOVAGNOLI

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Settant'anni di Repubblica e un bilancio straordinariamente positivo. L'Italia di oggi è enormemente diversa da quella del 1946 contadina, povera, analfabeta. Guardare al passato mette anzitutto in evidenza che l'insoddisfazione odierna degli italiani non nasce da questa storia. E le difficoltà di oggi — che certamente non mancano — non sono sufficienti per spiegare una sfiducia nel futuro tanto diffusa. Dietro questa sfiducia si nasconde qualcosa di molto più profondo: il dubbio radicale che non convenga più scommettere sull'Italia. Meglio pensare al futuro individuale, cercare la propria strada attraverso una rete tendenzialmente senza confini, tentare il successo là dove si aprono possibilità, in Italia o ovunque.  
Tutte le nazioni sono costruzioni storiche e se a un certo punto nascono là dove prima non c'erano, allo stesso modo in un altro momento possono morire e diventare solo un ricordo. Insomma, è possibile che l'Italia torni ad essere una "espressione geografica". Del resto è una possibilità che, in altra forma, si propone oggi anche per l'Europa: se ad un certo punto prevarrà lo scetticismo anti-europeo, l'Unione europea non ci sarà più e cinquecento milioni di non-più-europei si disperderanno nel grande mare della globalizzazione. E c'è uno stretto legame tra queste due possibilità: o l'Italia e l'Europa avranno entrambe un futuro o periranno insieme, simul stabunt et simul cadent. Prima però di smantellare queste due grandi costruzioni storiche — come stiamo già facendo giorno per giorno, inconsapevolmente, attraverso tante piccole decisioni quotidiane di cui non capiamo l'importanza e le implicazioni — vale la pensa di chiedersi se è la scelta giusta.
La mostra e gli incontri dedicati quest'anno dal Meeting di Rimini ai settant'anni della Repubblica non costituiscono perciò una mera celebrazione. Sono il modo di chiedersi: vale ancora la pena di scommettere sull'Italia? In questo senso, rivisitare la storia del settantennio significa interrogarsi sul futuro. E parlare di "genio della Repubblica" vuol già dire dare una risposta implicita ma positiva. Ma poiché non è una risposta scontata, occorre anche fornire le motivazioni di questo azzardo e, soprattutto, affrontare le impegnative conseguenze che ne derivano.
C'è in particolare un' obiezione di fondo cui occorre anzitutto rispondere. Perché un movimento ecclesiale come Comunione e liberazione si interessa del futuro dell'Italia? Don Julián Carrón ha detto molto bene: a Cl non servono né un nemico né il potere. Anzi, è stato ancora più preciso: le briciole del potere. Più in generale, che importa ai cattolici dell'Italia? Cattolicesimo vuol dire universalità e la Chiesa cattolica sopravviverebbe certamente alla scomparsa dell'Italia e allo smantellamento dell'Europa.  
La storia però ci mostra che da molti secoli, anzi da millenni, la Chiesa si interessa all'Italia, non solo sotto il profilo religioso, ma anche politico. Nel VI secolo, papa Gregorio Magno divenne l'unico riferimento non solo religioso ma anche civile in una Roma dove il potere politico era sostanzialmente assente.