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REFERENDUM/ Quelle ragioni di parte mascherate da "bene comune"

Pubblicazione:sabato 27 agosto 2016 - Ultimo aggiornamento:venerdì 30 settembre 2016, 0.40

Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme (LaPresse) Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme (LaPresse)

In questa fase della stagione politica il confronto politico-scientifico sulla riforma costituzionale fa registrare qualche significativa novità nell'esposizione delle ragioni, rispettivamente, a sostegno o contro. In particolare, tali ragioni tendono ad assumere, nelle argomentazioni che vi sottendono, una più chiara identità evidenziando in modo più netto la dimensione propria ed esclusiva dell'interesse politico; che esula, per definizione, da un apprezzamento puramente tecnico del nuovo testo normativo.
La svolta, nel confronto, è che ormai la ragione politica preminente — che in un ordinamento democratico-parlamentare tende ad identificarsi, naturalmente, con quella di una maggioranza di governo — si basa essenzialmente su argomentazioni che trascurano, in buona sostanza, ogni valutazione tecnica della riforma, fondandosi invece sulla cura prevalente (e ritenuta preminente) di interessi politici nazionali, quali, ad esempio, l'esigenza primaria di mantenere un governo al Paese in questo difficile momento internazionale; o anche l'opportunità di non minare la credibilità del Governo impegnato nel rilancio dell'economia nazionale e nell'alleggerimento della pressione fiscale (e anche nella ricostruzione post-terremoto?); o, infine, l'intento di scongiurare il "grosso rischio" di concorrere a minare ancor più, soprattutto in questo momento, la stabilità dell'Unione europea e della moneta unica (come ha detto Joseph Stiglitz).
Si tratta, in verità, di ragioni poco o punto plausibili, che lasciano percepire, quanto meno, un crescente disagio della maggioranza, per un verso a sostenere in modo compatto e convinto il disegno riformatore come idoneo e funzionale agli obiettivi che esso intenderebbe realizzare; per altro verso, a rischiare di abbandonare il Governo del paese in conseguenza di un esito referendario non favorevole alla riforma.   
In ogni caso, le citate motivazioni risultano, come è evidente, di scarsa o nessuna pertinenza alla sfera della valutazione normativo-istituzionale sui contenuti della riforma; esse — non si sa quanto consapevolmente — finiscono per accentuare lo spessore politico assegnato al referendum costituzionale dallo stesso presidente del Consiglio nel momento in cui — in un'epoca di maggiore euforia politica — ebbe ad ammettere e dichiarare coram populo la dipendenza dell'esecutivo dall'esito referendario.  
Ma pur in questa girandola di ammissioni e smentite, di linguaggi e narrazioni, l'elettore sembra ora riconoscere più distintamente la peculiarità di un discorso politico che tende ad eludere ogni serio confronto scientifico sulle lacune strutturali di questa riforma e a valorizzarne piuttosto le conseguenze favorevoli per questa maggioranza di governo.
L'elettore comprende bene, al di là delle notevoli incertezze ed ambiguità che la riforma costituzionale presenta, le quali finirebbero verosimilmente per non favorire affatto l'auspicata efficienza organizzativa (ed a tanto, non basta certo proclamare come un evento storico il superamento del bicameralismo perfetto…) che la decisione referendaria di approvare la riforma rappresenterebbe primariamente un risultato politico importante per la tenuta di questo Governo e di questa maggioranza. Ciò anche dopo le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio mirate a "rassicurare" tutti sulla continuità (almeno fino al 2018) dell'azione di Governo a prescindere dall'esito referendario.


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COMMENTI
29/08/2016 - "super partes" (ALBERTO DELLISANTI)

Ben detto Giuseppe Crippa! A meno che l'espressione "super partes" abbia assunto un nuovo (!) significato... cioè qualcosa che non ha nulla a che fare con le parti. Le quali non sono congiuntamente partecipi, ma solo e soltanto lasciate da parte. A favore di chi? Del trio Napolitano/Boschi/Renzi, autocrati in nome e per conto dei committenti Berlino/Parigi/Washington (nonchè Londra, intesa non come Gran Bretagna, ma come una capitale mondiale del Supremo Potere Finanziario, o Alto Capitalismo Finanziarizzato che sia, il quale esige autocrati locali, liberi di decidere alla svelta e bene, cioè secondo i desiderata di chi gli conferisce il Potere).

 
27/08/2016 - NO al referendum pieno e motivato (Carlo Cerofolini)

Nel merito questa riforma costituzionale, made in Napolitano-Renzi-Boschi è una schiforma di cui diffidare non fosse altro perché, ad esempio, l’art. 70 (La formazione delle leggi) della vigente Costituzione - che è semplice e chiaro - occupa solo tre quarti di rigo ed è costituito da 9 parole e 61 caratteri, mentre l’art. 10 (Procedimento legislativo) che lo dovrebbe sostituire - oltre ad essere confuso e scritto in burocratese - è una lenzuolata costituita da ben 34 righe, per 440 parole e 2.543 caratteri. Detto questo, per quanti poi paventano che un NO al referendum possa nuocere all’Italia per una possibile caduta del governo – anche se ora Renzi ha, al solito, fatto macchina indietro riguardo a questo punto – è istruttivo evidenziare che invece un governo dimissionario, che cioè resti in carica solo per l’ordinaria amministrazione sarebbe per noi il male minore se non un toccasana, come dimostrano sia Belgio, che nel 2010 rimase 18 mesi senza governo, sia la Spagna che da 10 mesi non ha governo e in questi periodi il Pil e l’occupazione in detti Paesi sono andarti alla grande. Questo a dimostrazione che spesso i governi nel pieno delle loro funzioni sono una iattura. La controprova a quest’affermazione è data sempre dal Belgio che da quando ha un governo politico operativo, come ora, Pil e occupazione sono in caduta libera.

 
27/08/2016 - Riforma "super partes"??? (Giuseppe Crippa)

Non sono le ragioni del NO che dovrebbero ispirarsi ad una razionalità quanto più possibile obiettiva e “super partes” quanto la stessa riforma costituzionale, che invece non è con tutta evidenza “super partes” dato che è stata approvata da 178 senatori su 321 (il 55%) e da 361 deputati su 630 (il 57 %). In pratica questa riforma è stata scritta da poco più della metà dei parlamentari votati da poco più della metà degli italiani. Come è possibile che possa garantire tutti?