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REFERENDUM COSTITUZIONALE/ Chi vuole l'Italia "schiava" della maggioranza?

L'attuale dibattito sulla riforma costituzionale è profondamente viziato da elementi di disturbo, perché la riforma stessa risponde a una logica prettamente di parte. PAOLO DE CARLI

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Nella vicenda della riforma costituzionale un comune cittadino, un italiano comune avverte gravi difficoltà e come l'impressione di essere di fronte a grandi proposte di cambiamento di cui non riesce a cogliere il significato e la portata. Non tanto perché la materia è tecnica, quanto perché il discorso è fuorviato. I tecnici e gli esperti onesti e imparziali sono certamente necessari ma, ancor prima, nella situazione attuale è difficile percepire - a meno di non essere esperti nelle tecniche mediatiche e politiche di persuasione - che l'attuale dibattito sulla riforma costituzionale è profondamente viziato da elementi di disturbo. A depistare il cittadino è da un lato la mancanza di conoscenza dei termini reali della riforma; un deficit in parte fisiologico ma, in gran parte, indotto dall'esterno (come verremo meglio chiarendo in seguito), e d'altro lato l'inquinamento delle questioni giuridico-costituzionali con quelle politico-governative ordinarie e di parte.  Cerchiamo dunque innanzitutto di identificare quali siano gli elementi reali in gioco. 

Non possiamo a questo proposito non considerare in modo congiunto e collegato il contenuto della riforma costituzionale con il meccanismo elettorale dell'Italicum previsto dalla legge approvata nel 2015, proprio perché effetti costituzionalmente rilevanti derivano dal "combinato disposto" delle due normative. Prima però di considerare quegli effetti è opportuno fare memoria di alcuni pilastri ordinamentali che i padri costituenti posero nel 1947 all'attuale documento costituzionale e che interessano direttamente le questioni poste con la riforma. 

Il primo è la funzione fortemente garantista assegnata all'intera Carta costituzionale a tutela dei diritti dei cittadini e delle minoranze nei confronti del potere politico del governo e della maggioranza (artt. 1, 2 ss., 70, 87 ss., 134 ss., 138 ss.). Il secondo è il principio della  "democrazia rappresentativa" per il quale per l'assunzione delle decisioni legislative si deve passare attraverso la mediazione dei "rappresentanti del popolo" che "senza vincolo di mandato" (art. 67 Cost.) traducono la volontà degli elettori in programmi e alleanze di governo (artt. 92-94 Cost.). Questi due pilastri sono stati riconosciuti e affermati dalla migliore tradizione di studi dei costituzionalisti italiani (Balladore Pallieri, Mortati, Esposito, Crisafulli, Lavagna, Barile, Amato, Barbera, Paladin, De Vergottini, Mazziotti, Caretti, De Siervo, ecc.). Valgano per tutti le considerazioni di un maestro da tutti riconosciuto come Vezio Crisafulli che nel 1957 (Discorso inaugurale dell'anno accademico 1957-58 dell'Università di Trieste) affermava: "…già da tempo la dottrina più avvertita ha esattamente individuato la caratteristica peculiare della forma di governo italiana nella predisposizione costituzionale di un sistema di limiti alla maggioranza… in modo da evitare che la sovranità popolare affermata dall'art. 1 si risolva automaticamente nella sovranità di una semplice maggioranza parlamentare, quale che sia".

Ancora va considerato in via preliminare che i promotori dell'attuale riforma costituzionale non costituiscono un organo assembleare/collegiale ad hoc (come fu l'Assemblea costituente dei padri costituenti) e neppure sono una Commissione di saggi eletti dalle Camere (perché il contenuto attuale della riforma s'allontana completamente dalla proposta della Commissione degli esperti - peraltro nominata dal Governo - e dal disegno di legge Quagliariello che la recepiva). Curiosamente dal punto di vista costituzionale, i promotori della riforma si identificano oggi con una parte politica e precisamente con la parte politica al governo.