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LEGGE SUI PARTITI?/ Cambierebbe tutto, per questo nessuno la vuole

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La legge elettorale per la Camera dei deputati — 6 maggio 2015, n. 52 (cosiddetto Italicum) — ha ispirazione fortemente maggioritaria: grazie all'altissimo premio di maggioranza, in ragione della previsione di una soglia relativamente bassa per conseguirlo, all'eventuale ballottaggio tra le due liste più votate, con la preclusione di coalizioni, la competizione elettorale è fortemente personalizzata: il vincitore sarà il leader della lista prevalente, tanto più quando si debba accedere al secondo turno, trovandosi contrapposte due sole personalità. Ciò contribuisce ad assicurare al leader il dominio della propria lista, poiché dalla sua sorte dipendono le speranze di vittoria del partito cui la lista corrisponde e di affermazione dei singoli candidati in essa compresi. Dominio rafforzato dal fatto che il partito — più esattamente, il suo leader — decide sulla composizione delle liste e, in particolare, presceglie fino a cento eletti "sicuri": i capilista nei collegi, che sono proclamati "dapprima", cioè innanzi che si proceda a proclamare "i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze" (art. 1, lett. g, legge 52/2015). Fino a cento vuol dire una parte assai ragguardevole di eletti nella lista vincente; e anche tutti gli eletti nelle liste perdenti: v'è dunque un potente fattore di coesione intorno al leader di partito già nella fase preelettorale, e alla "fidelizzazione" a lui da parte degli eletti. Il leader vedrà rafforzato il suo dominio dalla possibilità di "modulare" l'universo dei capilista, attraverso la maggiore o minore estensione delle candidature plurime, cioè della presentazione — che la legge consente — di uno stesso candidato in più collegi.
Come si può constatare, si tratta di una formula elettorale congruente con i caratteri assunti oggi dal sistema dei partiti e perciò con i tratti da questo impressi alla forma di governo.
Il funzionamento a regime del modello così costruito si può prevedere: coincidenza tra leadership di partito e direzione del Governo, concentrazione del potere in tale punto di coincidenza, continuità tra esercizio del potere così concentrato e funzioni parlamentari.
L'effetto di concentrazione e di unidimensionalità è accentuato dalla depressione delle autonomie regionali, che deriverebbe dalla legge di revisione costituzionale prossimo oggetto del referendum.
Beninteso, dalla ricostruzione di questo scenario potenziale non è lecito trarre conclusioni apocalittiche.
Sono in gioco diverse concezioni della democrazia.
È ben noto che, nelle democrazie, si pone come decisivo un problema di efficienza: spinta oltre un certo grado, l'inefficienza della forma di governo mette a rischio la permanenza della forma di stato democratica. Ne ha dato prova l'esperienza storica, con la tragedia delle dittature europee, rese possibili dalla dissoluzione di ordinamenti di tipo democratico o in evoluzione verso un assetto democratico, minati al proprio interno da gravi deficit funzionali.
Ma le risposte possono essere diverse.