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Politica

LEGGE SUI PARTITI?/ Cambierebbe tutto, per questo nessuno la vuole

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Può prevalere l'"investitura": chi, messi in moto i meccanismi della dinamica rappresentativa (elezioni parlamentari, procedure di formazione del governo e di insediamento del suo capo), assurge al potere deve poterlo esercitare il più possibile al riparo da interferenze, da controlli, da limitazioni, ed essere valutato soltanto, o pressoché soltanto, alla scadenza elettorale.
Può prevalere l'"operazione": chi assume funzioni di governo è sottoposto in permanenza all'azione di contropoteri e a efficaci controlli anche da parte di organi formati con modalità esterne al circuito della rappresentanza, contropoteri e controlli posti al riparo dalla sua influenza, ed è assoggettato alla partecipazione permanente dei governati.
Si tratta di modelli ideali, cui gli ordinamenti costituzionali concreti si orientano secondo una linea di tensione permanente tra le due possibilità. Ma, benché siano tendenziali, è tuttavia possibile stabilire a quale di essi ciascun assetto maggiormente corrisponda.
Le riforme attuate e proposte, costituzionali e ordinarie, tendono alla "democrazia di investitura". Ai cittadini spetterà stabilire se essa sia il modello maggiormente desiderabile.
Resta però un fatto: la "democrazia di investitura" richiede — affinché non sia esposta alla regressione — severe forme di regolazione del potere, delle modalità attraverso le quali esso opera, dei suoi attori. E, nel nostro caso, gli attori sono i "partiti personali".
Dunque una legge sui partiti è indispensabile. Una legge che ne regoli non solo il finanziamento, ma anche la vita democratica interna, i rapporti con i gruppi di pressione, che sia coordinata con le leggi elettorali, e che sia adeguatamente conformativa (la legge tedesca potrebbe essere un utile riferimento). Resta però da vedere se i partiti la vorranno, cioè se si assoggetteranno a passare da "formanti" del regime politico a "formati" per regola giuridica.

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