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LEGGE SUI PARTITI?/ Cambierebbe tutto, per questo nessuno la vuole

Sul "Corriere della Sera" di ieri, Ferruccio de Bortoli ha invocato una rapida riforma dei partiti. Una legge sarebbe la cosa più necessaria, ma nessuno la vuole. Ecco perché. SANDRO STAIANO

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Nell'attuale stagione di mutamento istituzionale — e di "riforme", che tale mutamento intendono orientare, con qualche velleitarismo, verso interessi di parte (di ogni parte in campo: autori, emendatori, glossatori, oppositori "tattici") — ritorna il tema della legge sui partiti. Ritorna lateralmente, nei rivoli secondari di un dibattito alluvionale, vorticoso, confuso. E largamente immemore delle radici della Repubblica; dunque inconsapevole dei tratti del sistema, delle sue ragioni, degli sbocchi — indesiderati — verso i quali può essere trascinato a causa di tale inconsapevolezza.
Leopoldo Elia, al quale si deve la più compiuta e lucida ricostruzione della nostra forma di governo come determinata nella sua struttura e nel suo funzionamento dai partiti e dalle loro connessioni, in uno scritto del 2009 individuava le cause che avevano impedito ai Costituenti di andare oltre il mero riferimento, riduttivo e non privo di ambiguità, al "metodo democratico" contenuto nel vigente articolo 49 della Costituzione: il timore delle sinistre innanzi allo spettro della "democrazia protetta"; le prudenze dei democristiani di fronte alla prospettiva della regolazione per legge dei partiti. Elia rilevava poi: "Nel 1992, caduto il muro di Berlino, diruta la conventio ad escludere, mi ero permesso di ricordare che erano maturate le condizioni per approvare una legge sui partiti che nel frattempo avevano ottenuto il finanziamento pubblico … Ma era come parlare nel deserto; frattanto … i partiti italiani avevano contratto pessime abitudini; si erano sdraiati sulla anomia persistente, chiedendo molto alle istituzioni e poco o nulla dando in cambio".
Il sommarsi di fattori di crisi hanno marcato una distanza dallo scenario che Elia aveva di fronte ancora maggiore di quanto non derivi dal semplice calcolo del tempo trascorso. Ma la questione resta attualissima, a volerla riguardare con l'animo di chi ritiene che vada mantenuta alta la vigilanza sull'erosione cui può essere esposta la forma di Stato democratica. Anzi, si ripropone in termini nuovi un paradosso che ha segnato la genesi del nostro assetto costituzionale e che perdura: i mutamenti nella forma di governo (quelli che si sono già prodotti e quelli che si vorrebbe indurre) e nel sistema dei partiti rendono necessaria e improcrastinabile una legge sui partiti; ma questi stessi mutamenti disincentivano fortemente i partiti a produrla.
Oggi assistiamo a processi di trasformazione dei partiti, in parte compiuti in parte in contrastato svolgimento.
Il "partito personale" — che aveva convissuto per una fase non breve con il tradizionale "partito oligarchico" — viene riproposto come modello unico. Il tentativo del Partito democratico (Pd) di "autoprodurre" la propria democratizzazione, in specie generalizzando il metodo delle elezioni primarie, è fallito, a riprova del fatto che per un simile obiettivo occorrono regole eteronome, assistite da un efficace sistema di sanzioni.