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Politica

REFERENDUM/ Flick: Renzi, il "peccato originale" della riforma non si cancella

Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano (LaPresse) Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano (LaPresse)

Perché le riforme costituzionali si fanno per una scelta politica del parlamento convalidata dal popolo, non per indicazioni provenienti dall'esterno, siano esse del Governo o del presidente della Repubblica. E' il Parlamento il luogo deputato alla maturazione di quella coerenza e di quella coesione necessarie a fare una buona riforma da sottoporre al vaglio popolare, quando la volontà parlamentare non superi una certa maggioranza.

Quando infine qualcuno ha fatto vedere al presidente del Consiglio la pericolosità della strada di personalizzare il referendum a tutti i costi, si è fatto un altro passaggio: votate Sì altrimenti andiamo nel caos. E' vero?
Considero particolarmente inaccettabile quest'ultima motivazione, nella misura in cui sembra che siamo noi a invocare dai mercati globali e dai loro organi di informazione le istruzioni su come cambiare la Costituzione; come quando tornavamo da Bruxelles dopo aver chiesto all'Unione di imporci certe misure che non avevamo il coraggio di promuovere in prima persona, salvo poi parlare male di Bruxelles a casa nostra perché lo aveva fatto. I mercati finanziari e i banchieri, con buona pace di certi loro precedenti, hanno tutti i diritti di fare richieste su norme anticorruzione, semplificazione normativa, efficienza dell'amministrazione, funzionamento della giustizia civile, e via dicendo; ma non il diritto di dirci come dobbiamo modificare la nostra Costituzione. Esiste un equilibrio delicatissimo tra la dimensione finanziaria e quella istituzionale e politica che solo noi italiani possiamo e abbiamo il diritto e il dovere di valutare.

Chi preme in questo senso, professore?
Ad esempio quegli stessi organi di stampa che magnificavano la solidità di Lehman Brothers con la tripla A la sera prima che Lehman crollasse. Gli stessi che oggi parlano del nostro referendum costituzionale come di un nuovo rischio Brexit.

E la terza motivazione?
E' più suadente ma è ancor più pericolosa. Che cosa stanno facendo infatti i fautori del Sì? Riconoscono sempre di più, progressivamente, gli errori della riforma. Insomma: secondo loro ci sono degli errori, sì, ma sono dettagli; "li correggeremo dopo".

Una tesi che mira a svuotare il No come "voto utile".
Esatto. Ma quella degli errori bagatellari è una tesi doppiamente pericolosa, perché dicono che si potrà porre rimedio dopo proprio le stesse persone per le quali non ci sono le condizioni per porre rimedio prima.

Una tesi approdata a lidi molto più rispettosi del dialogo, per fortuna.
Apprezzo il cambiamento di rotta, ma continuo a dire no. Lo apprezzo perché in un primo momento l'asprezza della contrapposizione tra il Sì e il No rischiava di alterare il meccanismo referendario. Troppo delicato e troppo importante per venir bruciato sull'altare delle contingenze politiche. E una volta gettato dopo l'uso, non lo si crea più.

Può fare un esempio specifico di "pubblicità ingannevole"?
Si dice: nessun autoritarismo, anzi il popolo diviene ancor più protagonista, perché la riforma introduce due referendum che oggi mancano, quello consultivo e quello propositivo. Benissimo! Ma il modo con cui essi vengono proposti è più di immagine che di sostanza, perché nella riforma ci vien detto che i due nuovi istituti verranno introdotti con una legge costituzionale ulteriore e una legge ordinaria di attuazione. Ma che significa? Visto che si riscrive la Costituzione, qual è il momento per farlo? E' ovvio che con legge costituzionale successiva lo si può sempre fare; ma la Costituzione non è proprio ciò che stiamo riformando ora? E' evidente che si tratta più di un intervento di facciata e di un effetto-annuncio che non di una modifica effettiva.

Ma non crede che ora, nel confronto, stia prevalendo l'analisi specifica dei singoli aspetti della riforma? E che questo tipo di confronto, finalmente nel merito, aiuti il dibattito?