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REFERENDUM/ Flick: Renzi, il "peccato originale" della riforma non si cancella

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Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano (LaPresse)  Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano (LaPresse)

Ma il dibattito di chi? Mi domando che cosa la gente stia capendo; io per primo, come tanti, fatico a seguire. Ciò che conta è che il voto sia libero e consapevole, ma questo avviene nella misura in cui la consapevolezza è in tutti, anche in quelli che non hanno un bagaglio tecnico per poter analizzare tutte le sottigliezze dell'una o dell'altra scelta.

E il quesito non lo consente.
Sono le conseguenze del peccato originale di cui si diceva all'inizio: il plebiscito politico sul leader. La domanda è: si può evitare la politicizzazione del referendum, nel momento in cui si mette in piedi un meccanismo che modifica 40 norme della Costituzione e lo si consegna ad un unico voto referendario che mette insieme, in un unico quesito, gli aspetti più diversi? Si pensi alla differenza con il referendum del 1946, da cui nacque la Costituzione: la scelta tra repubblica e monarchia, accessibile a tutti i cittadini.

Cosa significa?
Che l'esame dei singoli punti qualificanti della riforma si può sempre fare, ma è destinato a finire nel nulla, perché il voto non è su alcuni di essi ma sul tutto che il loro insieme comporta; e questo "tutto" è una somma politica indebita di tante parti. Il referendum è uno strumento democratico fondamentale di democrazia diretta, ma a condizione che si possa effettivamente esprimere una volontà popolare determinante su un oggetto determinato, come avvenne appunto il 2 giugno 1946.

Diversamente?  
Diversamente si rischia di scadere nel populismo e nella demagogia; e a quanto pare, non abbiamo imparato la lezione del passato. Il radicalismo referendario sappiamo bene che cos'è, lo abbiamo visto nelle ondate di referendum degli anni passati e nella reazione della politica a quelle ondate di referendum. Si ricorda quando qualcuno esortava ad "andare al mare" nel '91 — voto sulla preferenza unica per la Camera dei deputati — o qualcun altro — referendum sulla fecondazione assistita (2005, ndr) — ad andare in chiesa? Sono sbagliati entrambi i modi.

E non mancano nemmeno i precedenti di una riforma costituzionale fatta troppo in fretta. Le dice niente la riforma del Titolo V della costituzione? Era il 2001…
Un referendum voluto dal centrosinistra su una riforma approvata con una maggioranza labilissima, in fretta e furia e per ragioni politiche, per compiacere e arginare Bossi. Un fallimento clamoroso, perché ha portato a un eccesso di decentramento, affidato tra l'altro a una classe politica regionale che ha dato sotto molti profili pessima prova di sé. E a questo decentramento si sta rispondendo adesso con un percorso opposto, uguale e contrario: un massimo di accentramento — senza peraltro toccare le regioni a statuto speciale, che semmai erano quelle da toccare; ma evidentemente si tratta di una scelta politica — e riscrivendo il collegamento tra centro e periferia in un modo che alimenterà nuovi conflitti di attribuzione tra Stato e regioni, analoghi anche se opposti, a quelli che abbiamo avuto fino ad oggi.

Il ministro Boschi continua a ripetere che la parte migliore della costituzione, la prima, non viene toccata.
Ma è davvero così? L'articolo 5 dice che "la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali". Ma la costruzione dello spazio delle autonomie non la troviamo forse nell'articolo 117? E dov'è il 117? E' facilissimo osannare la prima parte scavando alle sue radici nella seconda parte, quella che, in questo caso, riscrive all'insegna del centralismo peggiore la ripartizione dei poteri stato-regioni.

Insomma le ragioni del No…



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